Recensione: Carpe Noctum

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A poco più di un anno di distanza dall’ultimo studio album “Win Hands Down” e a quasi trenta dal precedente live “Saints Will Conquer” torna il Santo Corazzato con questo “Carpe Noctum”. Realizzato grazie ad una campagna di donazioni online su PledgeMusic, questo album raccoglie gli estratti di due date degli Armored Saint in terra alemanna durante il 2015, rispettivamente quelle di Ashaffenburg e del celebre Wacken Open Air. Otto tracce, per un totale di quaranta minuti scarsi, che vanno a rovistare in tutta la carriera del combo statunitense: un po’ pochino, a voler ben vedere, soprattutto se paragonati ai chilometrici live album che si possono trovare sugli scaffali dei negozi. Sì, d’accordo: anche il precedente live conteneva solamente una manciata di canzoni, direte voi, segno che i Saints si sono mantenuti coerenti con sé stessi nonostante lo scorrere del tempo, ma se devo essere proprio sincero avrei gradito qualche canzoncina in più, soprattutto considerando il livello di questo “Carpe Noctum”.
Qualità prima della quantità, dunque, e niente ripetizioni con quanto fatto in precedenza: se si butta un occhio alla tracklist, infatti, si noterà come manchino da questo “Carpe Noctum” autentici cavalli di battaglia dei Saints come “Book of Blood” o “Raising Fear”, già presenti sul loro primo live. Se però vi aspettavate una scelta di canzoni maggiormente concentrata sui lavori post-reunion, allora preparatevi a rimanere sorpresi: se è vero che, su otto tracce, tre sono estratte dagli ultimi due lavori del combo, è altrettanto vero che i nostri non hanno paura di tirar fuori dal cilindro i vecchi classici, andando a pescare da “Delirious Nomad” e addirittura dal debutto dell’84, “March of the Saints”.
D’accordo, direte voi: ma la qualità? Beh, signori, stiamo pur sempre parlando degli Armored Saint: gente che il metallo ce l’ha sottopelle, senza considerare che, storicamente, i nostri sono degli animali da palcoscenico mica da ridere, capaci di rasoiare il pubblico senza neanche dare l’idea di scomporsi più di tanto e tenerlo avvinto a sé anche durante i momenti più raccolti, come durante la notevole “Aftermath”. La produzione è secca e i suoni risultano ovattati, ciononostante (e sebbene ogni tanto sembra che ci si sbilanci in favore di voce e batteria) posso dirmi abbastanza soddisfatto della resa finale. Certo, siamo lontani anni luce dalle produzioni pompatissime di certi live album a cui siamo abituati da un po’ di tempo a questa parte (chi ha detto Iron Maiden?), ma trovo che ogni tanto faccia bene una resa più minimalista, più scarna, soprattutto quando è la musica a parlare. Dall’iniziale “Win Hands Down” fino alla conclusiva e debordante “Reign of Fire”, infatti, non si registrano cali di tono, per un prodotto il cui livello si mantiene alto e in cui le canzoni più recenti ben si amalgamano ai vecchi classici: si vedano ad esempio la già citata “Win Hands Down” e “Mess”, che per carica e potenza riescono a non sfigurare anche accanto a vecchi classici come “March of the Saint” e “Striken by Fate”.
Come molti di voi avranno notato non ho ancora accennato alla resa di John Bush. Ebbene, ho volutamente lasciato la sua prestazione alla fine per evidenziare la solita prova priva di sbavature: il buon John, nonostante gli anni che passano, se la cava ancora egregiamente, riversando sul pubblico pesanti dosi della sua tipica furia controllata e snocciolando rabbia e adrenalina in ogni canzone di questo (ahinoi) breve live album.

L’unico appunto che, al termine della recensione, mi sento di fare a questo “Carpe Noctum” riguarda, come già detto, la sua esigua durata: da un gruppo come gli Armored Saint mi aspetterei qualcosa in più di tre quarti d’ora scarsi di live, soprattutto considerando che per un altro album dal vivo potrei dover aspettare chissà quanto tempo.
Per consolarmi, penso che schiaccerò di nuovo Play.

 
75