Recensione: Cell XIII

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Una «female vocal band» italiana di metal estremo? Non si tratterà malauguratamente di un’occasione per rinverdire l’annosa, antipatica diceria che assimila lo Stivale a una fucina di cloni musicali?
Se l’oggetto del quesito riguarda i Mechanical God Creation la risposta è no, allora.

Formatisi a fine 2006 per volontà di Lucy, la cantante, dopo un demo (“... And The Battle Becomes War”, 2007) e numerosi live-show in giro per l’Europa, per i milanesi è arrivata la prova del nove. La realizzazione, cioè, del primo album di lunga durata. Nella fattispecie “Cell XIII”, la cui lavorazione è terminata nell’autunno dell’anno scorso.
Se si tratta di affrontare sin da subito l’aspetto commerciale (in senso generale, poiché – in particolare – non credo che il bestiale death metal prodotto dal combo passerà per il mainstream …), c’è poco da rilevare, oltre la gran professionalità del prodotto. Artwork preciso nell’attivare un senso di disagio quasi perverso, malato; grafica precisa e plumbea così come il look sobrio della band; suono moderno, secco, aggressivo; produzione accurata e consistente; marketing serio e capillare. Peculiarità, queste, che presentano di già pochi margini di miglioramento. Vero che «il buongiorno si vede dal mattino» il primo passo – almeno per quello che concerne l’affidabilità del progetto – è quello giusto.

Bene. Ora, l’aspetto tecnico/artistico.
Nonostante la semplicità dell’idea, l’agghiacciante incipit di “MTBF” prosegue quel senso d’insano malessere sopra citato. Con che, il mood che permea il sound del combo meneghino si rivela immediatamente: freddo e oscuro, mai melodico, corrotto in maniera inumana. Un umore quasi palpabile, nella sua forza emotiva. Niente male, per chi muove i primi passi verso l’agognata maturazione del groove il quale, teoricamente, deve essere il più personale possibile. Non c’è nulla di peggio, infatti, nell’arte e quindi anche nella musica, che mutuare o peggio clonare rappresentazioni altrove già consolidate. I Mechanical God Creation, seppur non possiedano – per ora – elementi di straordinaria innovazione, riescono comunque a tratteggiare con disinvoltura la propria unicità stilistica.

Death metal feroce, rabbioso e dannatamente aggressivo, si diceva prima. Non si tratta di old-school, come peraltro si poteva immaginare facilmente dal moniker, ma di una progressione piuttosto esclusiva del metalcore classico verso forme marcatamente più tetre ed estreme. Anche futuriste, se si percepisce il sentore cyber-tech (“Death Business”) derivante dagli inserti dark-ambient.
Le nove canzoni del disco sono una rapida successione di ondate dalla potenza devastante. Per rendersene conto, è sufficiente soffermarsi un po’ sul drumming di Jay. Un vero e proprio (metaforicamente parlando) «schiaffone in piena faccia» (“Project Kill”)! Non da meno asce e basso dall’inesauribile forza motrice, incessante nell’alimentare, anche, la fabbricazione di un guitarwork fittissimo (“2012”). Buie dissonanze ed estetismi anche raffinati si accavallano continuamente sulla marmorea base ritmica, scolpita nell’immancabile progenie thrash (“Divinity”).
Finalmente il cantato. Il growling di Lucy ha il merito di coniugare forza e impetuosità non venendo mai meno al tipico timbro muliebre. Le linee vocali – arricchite dai gorgoglii di Simo (“Trespass And Kill”) – sono cattive e selvagge ma hanno il pregio di ricordare, sempre, che dietro al microfono c’è una donna senza innesti di testosterone (“Inhuman Torture Surgery”). Un valore aggiunto dal peso decisivo, a parere di chi scrive.

Esordio «coi fiocchi», pertanto, che fa onore al metal estremo nazionale; possedendo inoltre tutti i crismi per farsi largo a gomitate in quello mondiale.

Daniele “dani66” D’Adamo


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Track-list:
1. MTBF 4:13
2. Project Kill 4:20
3. 2012 3:06
4. I Shall Remain Unforgiven (feat. Cadaveria) 4:50
5. Inhuman Torture Surgery 4:23
6. Divinity 4:44
7. Process Of Mental Killings 3:19
8. Trespass And Kill 3:12
9. Death Business 6:41

Line-up:
Lucy – Vocals
Veon – Bass
Simo – Guitar & Vocals
Jay – Drums
Runza – Guitars
 

 
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