Recensione: Chapter I

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Sembra davvero inarrestabile la voglia “famelica” della nostrana Underground Symphony di portare alla ribalta giovani metal band, e se in passato le attenzioni della label di Novi Ligure erano principalmente rivolte al nostro mercato discografico, da qualche tempo gli “organigrammi  aziendali” della stessa, sembrano guardare con vivo interesse al resto d'Europa, specialmente ai paesi del nord.

E così, dopo aver infoltito la propria scuderia con gli inglesi Power Quest, giovane band che vede nelle proprie fila membri dei DragonForce (ex DragonHeart), ed aver raggiunto un contratto di massima per la ristampa del primo lavoro degli svedesi Sabbathon, i nostri decidono che è il momento per il debutto dei finlandesi Cronyc Temple e del loro “Charter I”, un album che, a mio personale modo di vedere, alterna inspiegabilmente alti e bassi.

Giuro che ero davvero smanioso nel poter ascoltare per intero l'album dei sei scandinavi, avendo avuto in passato la possibilità di scaricare da internet qualche estratto dal loro album d'esordio, ma alla fine devo tristamente ammettere che la mia impazienza si è quasi tramutata in cocente delusione. E già, le nove tracce che vanno a comporre il platter in questione, mi hanno messo in difficoltà lasciandomi il più delle volte perplesso.

Premetto innanzitutto che il disco, masterizzato ai celeberrimi Finnivox studios, gode di una produzione magistrale, ed è suonato ancor meglio da una ciurma di musicisti che a livello strumentale, sa il fatto suo, solo che, nonostante i svariati ascolti, praticamente è una settimana che continuo a farlo girare nel mio stereo, il disco in questione, non riesce a scalfire minimamente la mia impavida armatura da guerriero metallico, lasciandomi quell'amaro in bocca e quella sensazione del poteva essere, e invece non è stato.

A mio modo di vedere, credo che il problema in questo album sia proprio la piattezza del songwriting, e quindi delle composizioni presenti, composizioni che, nella maggior parte dei casi, non riescono davvero a lasciare il segno, zavorrate  anche da un vocalist al di sotto delle aspettative, aggiungete poi un continuo riciclaggio di stilemi e cliché triti e ritriti, ed avrete il quadro della situazione.

Titoli come “Heavy metal never dies” oppure “Metal brothers” o “Warsong”, solo per citarne alcune, oltre che a far sembrare i Manowar dei bambini di scuola elementare, e gli Hammerfall di scuola materna, si trascinano dietro dei fastidiosi strascichi da “festival” del già sentito, sensazioni che difficilmente si riescono a sopportare.

Sarà pure questione di gusti personali, ma la fluidità dei brani ivi presenti, è arginata da una montagna di pattume sonoro che farete bene a risparmiarvi. È queste sarebbero le famigerate band che avrebbero dovuto soppiantare i nostri acts? Ma mi faccino il piacere (Antonio De Curtis docet, NdBeppe). Non è per essere a tutti i costi nazionalisti, ma quando si parla di classic metal, o di power in generale, molte bands nostrane hanno di che insegnare, eccome!!!! Disco da evitare.

 

 
60