Recensione: Cian Bi

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Quando si parla di cultura mongola immediatamente viene in mente Genghis Khan e il suo spirito combattivo aleggia tuttora nella musica delle vaste terre d’Asia. I mongoli Hurd sono considerati la prima band ad aver introdotto una fusione tra musica folk mongola e l’heavy metal. Questa fusione (a volte inserita in un contesto stilistico molto vario) ha attecchito anche in Cina ed abbiamo così band come Ego Fall, Nine Treasures, Suld, Voodoo Kungfu ed i presenti Tennger Cavalry.

Nature Ganganbaigal, il loro leader, ha avuto l’intuizione di incorporare nel metal, oltre a melodie ed elementi mongoli, anche melodie ed elementi tipici delle culture nomadi dell’Asia Centrale. Caratteristici del gruppo sono l’uso del throath singing (khoomei), del morin khuur e di altri strumenti tradizionali tipici (fra cui tovshur,dombra, yatga, jew’s harp e yangqin). La sua voglia di sperimentare gli ha fatto introdurre anche elementi tuvani (fra cui l’igil) e persino elementi dei nativi americani. Per quanto riguarda la componente elettrica i Tengger Cavalry variano parecchio il loro stile. “Blood Sacrifice Shaman” (2010) e "Sunesu Cavalry" (2012) hanno una grezza base black/death mentre “Mantra” (2011) ha sonorità acustiche. “The Expedition” (2013) ed “Ancient Call” (2014) vertono su una base death metal melodico (alla Amon Amarth) mentre con “Die On My Ride” (2017) ed il presente “Cian Bi”, la band si è avventurata in sonorità decisamente più sperimentali e groove.

"Cian Bi” è il sesto album della band senza però contare la vastissima quantità di materiale tra cui riscritture di album interi, singoli, EP, cover, live e dischi solo in digitale o ascoltabili acquistando una VIP Membership su Bandcamp. Cian Bi è anche il nome dell’omonima antica tribù nomade che immigrò nella Cina del nord e, come anticipato dall’artwork, il contenuto del disco va oltre l’universo centro-asiatico e mongolo. Spesso sono presenti elementi legati al mondo dei nativi americani che, uniti alla cultura asiatica generano un misticismo dall’aria universale. La mente irrequieta ed imprevedibile di Nature assorbe come una spugna il mondo attorno a sé e ciò si riflette in una base elettrica spesso cupa, corposa e vibrante affine ai Korn, agli Slipknot ed ai Rammstein. Le ipnotiche ed eleganti melodie degli strumenti folk all’occorrenza stemperano oppure esasperano sia la combattività che l’inquietudine dei brani. Ascoltando le quindici canzoni del disco si nota che non c’è un’omogeneità qualitativa ed il fascino dei passaggi folk non sempre può far miracoli.

È il caso di “Strength”, brano che dà l’impressione di essere suonato un po’ alla rinfusa oltre che avere ritmiche a tratti impastate e poco convincenti. “A Drop of the Blood, a Leap of the Faith” sembra che rotoli stancamente su sé stessa in un turbinio di confusione strutturale e chitarre (a volte simili al riff iniziale di Thunderstruck degli AC/DC) ronzanti e pastose. “Just Forgive”, sorta di ruffiana ballad dall’aria mainstream americano è il vero anello debole del disco, mentre lo scarno outro “Sitting in Circle” non aggiunge niente al lotto.

Concentrandoci su quanto di bello ha da offrire “Cian Bi”, canzoni come “Our Ancestors” e “The Old War” sono un punto di equilibrio riuscitissimo tra quello che sono i Tengger Cavalry ora e quello che era la band fino al 2015. Queste due canzoni colpiscono sia per il volteggiante e potente throath singing che per le sorprendenti soluzioni melodiche e strumentali fatte anche di brevi incursioni nell’hip hop americano. Le due tracce si fanno poi notare per essere di fatto un’avventurosa cavalcata (la prima) ed un epico assalto sonoro caratterizzato da ritmiche schiacciasassi (la seconda).

L’avvincente e rocciosa “Chasing My Horse” è la traccia che più di tutte porta alla mente l’ottimo “Ancient Call”. L’animo selvaggio dall’aria kazaka e mongola è enfatizzato dai taglienti stacchi della batteria e degli strumenti folk mentre la veemenza vocale del throath singing travolge con la sua irruenza. Per quanto riguarda le forti reminiscenze native americane “Ride Into Grave and Glory (War Horse II)” coinvolge con il suo dinamico e contemporaneamente armonico alternarsi tra clean e throath singing. Degni di nota sono poi gli stacchi delle percussioni, elementi che esaltano lo spirito guerriero del brano.

Ancora, sorprendono le ardite sperimentazioni di “Electric Shaman”, il cui sound fortemente elettronico pare essere volto a creare la sensazione psichedelica dello sciamano che esegue un rituale. Anche “One Tribe, Beyond Any Nation” ha un approccio alquanto avanguardistico ed industriale, però la forza del brano risiede nell’epicità terremotante e nell’entusiasmo aggregante del refrain.

Inferiori alle canzoni menzionate ma comunque buoni brani sono “You And I, Under the Same Sky”, “Cian-Bi (Fight Your Darkness)” e “Redefine”. La prima avvolge con la sua palpabile tensione spirituale fatta di atmosfere ariose, ritmiche distese ed un canto roco, mentre “Cian-Bi (Fight Your Darkness)” ha ben altre sonorità. Il brano attira con la sua monolitica tensione oscura contrapposta alle sognanti e battagliere scorribande degli elementi folk. Buona la carica introspettiva ma resiliente che avvolge il contesto urbano e cosmopolita di “Redefine”.

Un caso a sé “One-Track Mind”, traccia carina anche se non completamente ispirata. Le serrate e tempestose ritmiche iniziali, forse a causa del throath singing parlato poco convincente sorprende meno dello spensierato e selvaggio inserto dance pop dall’aria kazaka.

Da un po’ di tempo per i Tengger Cavalry (forse complice il fatto che la band nel 2015 è stata trasferita negli USA) c’è stato un generale calo di ispirazione, culminato con il precedente full-lenght. “Die On My Ride” aveva deluso le aspettative con un cosmopolitismo pacchiano, per certi versi troppo americanizzato. Con “Cian Bi” la band si è rialzata ma siamo lontani dal capolavoro. Il contrasto tra la parte nu/groove metal e la parte folk funziona, esaltata adeguatamente dalla produzione. C’è una personalità spiccata ed originale ma a livello compositivo l’album non è sempre molto convincente. La scelta fatta da diverso tempo di cantare in inglese (a scapito del cinese dei primi lavori) interferisce con la genuinità di fondo delle canzoni e di conseguenza con la piena efficacia del throath singing (tecnica in cui Nature in realtà è abilissimo). Nel disco pare inoltre scorrere un animo combattuto ed esserci la mancanza di una reale coerenza di fondo mentre i primi lavori avevano una solidità unica. Ironia della sorte, Nature ha sciolto -purtroppo- la band poco dopo l’uscita del disco, a detta sua per vicissitudini discografiche. Speriamo che in qualche modo ritorni nella scena musicale con l’autentica ispirazione e passione che l’animava una volta. Nel frattempo, possiamo solo augurargli il meglio.

Elisa “SoulMysteries” Tonini

 
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