Recensione: Citizen: In The Next Life

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Non  pago degli impegni con Asia e Yes, nei quali ha l’onere e l’onore di suonare il basso al posto di giganti scomparsi dello strumento come Chris Squire e John Wetton, nonché di aver riportato alla ribalta due anni fa i suoi World Trade, il polistrumentista e cantante Billy Sherwood torna sulla scena anche in versione solista, per dare un seguito al discreto  “Citizen”  del 2015.
Citizen: In The Next Life“ – questo il titolo del nuovo lavoro del nostro musicista  – prosegue nella narrazione del concept del suo predecessore: un’anima perduta (il Cittadino, appunto) si reincarna in diverse epoche  della storia del nostro mondo, consentendo al  protagonista di guardare con i propri occhi eventi e personaggi fondamentali e affascinanti della storia.

Sul piano musicale, molti brani dell’album si collocano nel solco di un certo progressive rock - facile e venato di elettronica e di un pizzico di funk - che andava in voga negli Eighties. Si vedano, a tal proposito, The Partisan (un uptempo groovy, un tantino funky e melodico che ci immerge in un sound caro al Peter Gabriel e agli  Yes di quegli anni, nonchè agli stessi World Trade),
We Shall Ride Again (un midtempo più grintoso e inquieto, avviluppato da tastiere vintage e da un basso nervoso, ma anche da sprazzi melodici e sognanti nel chorus, che si rivela memore pure dei Toto maggiormente fusion), Via Hawking (tra sospese armonie ed accelerazioni evocative e gioiose) e Mata Hari (un brano ancora prog fusion soprattutto negli spunti di chitarra, pieno di echi del solito Peter Gabriel e della world music)

Molti sono, i brani quieti e soft. Tra i più interessanti di questo tipo, citiamo Monet, canzone molto dolce, sognante e ...impressionista, Hold Quite, intensa e contrassegnata da un  coro solenne, da un canto intenso e dal delicato tocco della  chitarra acustica, e Sophia, una canzone prog soffice e liquida con tracce di un certo soft rock statunitense che deliziava le onde media negli anni settanta/ottanta del secolo scorso (su questi sentieri troviamo pure le più ordinarie – sebbene gustose - By Design e Sailing The Seas).

Per concludere: in Citizen: In The Next Life“ Sherwood ( il quale, questa volta, ha fatto davvero  tutto da solo, cantando e suonando tutti gli strumenti senza alcun “piccolo aiuto dagli amici”), ci propone un prog melodico e lineare “ottantiano”, un tantino troppo  omogeneo e più vicino, stavolta,  all’album dei  World Trade del 2017 che al “cittadino” diretto predecessore.
Il nuovo disco del polistrumentista, insomma, è un lavoro molto gradevole,  con alcuni momenti interessanti, ma privo di picchi particolarmente  coinvolgenti, che si pone, comunque, un gradino più sopra del precedente “Citizen”.

Francesco Maraglino


 

 
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