Recensione: Clairvoyant

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Per chi scrive il nuovo album dei The Contortionist era particolarmente atteso, come, del resto, per buona parte del pubblico progressive metal. Dopo due dischi di matrice deathcore/djent la band di Indianapolis ha in parte ammorbidito il proprio sound e si è concentrata sul lato più introspettivo della propria musica, su un intreccio di fusion, ambient e metal vicino, per certi versi, a quello dei Cynic. Il loro terzo lavoro, Language, ha segnato un punto di svolta, ha stupito per le sue melodie eteree e profonde allo stesso tempo, dimostrando quanto i Contortionist sapessero essere raffinati. Come se non bastasse, il meraviglioso arrangiamento in chiave semiacustica di quattro pezzi di Language, uscito poco tempo dopo, ha ribadito queste qualità, creando ancora più aspettativa per il nuovo album.

Dunque eccoci qua, tre anni dopo. La strada è stata ormai indicata e, come ci si poteva immaginare, il nuovo Clairvoyant prosegue sulla linea del precedente lavoro, ma aggiungendo qualcosa di nuovo. L’approccio più melodico alle vocals di Michael Lessard, entrato nella band al tempo di Language, viene confermato: questa volta non c’è traccia di growl, ma il cantato così intimo del frontman si  adatta sempre bene alla musica della band. Anche le tastiere di Eric Guenther si ritagliano uno spazio maggiore, lasciando comunque alle chitarre il ruolo principale. Dopo aver affidato per qualche anno le parti di tastiera al precedente cantante, Jonathan Carpenter, la band ha finalmente un tastierista a tempo pieno, che possiamo apprezzare sia nei sempre presenti tappeti sonori che nelle diverse parti di synth, a volte intrecciate con le chitarre, altre volte un passo indietro per doppiare i riff.
Pur essendo tendenzialmente più cupo del disco precedente, Clairvoyant mostra alcuni momenti davvero toccanti e quasi onirici. Ancora una volta i Contortionist ci fanno passare nel giro di qualche secondo da riff cupi e caotici muri di suono a sezioni in cui veniamo investiti dalle loro più luminose soluzioni armoniche, ed è soprattutto qui che si sente l’evoluzione del gruppo. I cambi di umore all’interno dei brani e i passaggi da una sezione all’altra suonano più naturali, senza nessuna forzatura, come in un lungo flusso di coscienza. Proprio questo è uno dei punti di forza dell’album, nonché la chiave di lettura che ci permette di apprezzarlo al meglio. A parte il singolo “Reimagined”, che è comunque uno dei pezzi più riusciti, gli altri brani non sono mai troppo immediati e non seguono la tradizionale struttura delle canzoni. Ecco perché Clairvoyant va ascoltato dall’inizio alla fine, come nella migliore tradizione degli album progressive: il disco è un viaggio e ogni canzone ha un posto preciso all’interno di questo percorso, a partire dalla strumentale “Monochrome (Passive)”, che ha il compito di introdurre l’album proiettandoci in un’atmosfera inizialmente ostile, ma che già dopo poco si schiarisce per regalarci alcuni momenti di respiro. Ma anche la transizione da un pezzo all’altro diventa efficace, pur non essendoci brani esattamente collegati tra loro. Sul finale di “The Center” si sviluppa un affascinante intermezzo ambient che prepara l’entrata di “Absolve”, mentre “Relapse”, dopo un pesante riff djent, termina all’improvviso per lasciare spazio all’intro minimale di “Return to Earth”, che acquista così uno spessore notevole. Se vogliamo ricordare i pezzi più significativi, oltre alla già citata “Reimagined”, dobbiamo senz’altro nominare la title track e la conclusiva “Monochrome (Pensive)”.  “Reimagined” è, come anticipavamo, il pezzo più diretto  dell’album, con una semplice introduzione di basso e batteria che esplode, poco dopo, nel riuscitissimo ritornello. Brani come questo dimostrano come anche un gruppo progressive metal possa fare una canzone più immediata, con melodie che si ricordano facilmente, senza essere banale e senza tradirsi. Gli altri due pezzi sono, forse, le due punte di diamante del disco. La title track, pur non essendo troppo lunga, alterna molte sezioni diverse, partendo da intricati riff a cavallo tra prog e fusion, per arrivare a un climax nella parte centrale che, invece di chiudere il pezzo, lascia spazio a una seconda parte più eterea. Infine “Monochrome (Pensive)” è il degno epilogo dell’album. Introdotto da delicati arpeggi di chitarra, il brano cresce un po’ alla volta nell’arco di quasi dieci minuti, fino ad arrivare al massimo del pathos nel finale, in cui le emozioni prendono il posto delle soluzioni più ostiche.

Per concludere, Clairvoyant si rivela essere l’album più maturo di una band che segue semplicemente la propria ispirazione e il proprio gusto senza il timore di cambiare, come è giusto che sia. Alcuni dettagli sono stati limati e, se il disco risulta meno violento dei primi due, la componente metal è comunque presente. La personalità dei Contortionist è sempre ben riconoscibile nei riff e nelle progressioni di accordi, anzi, col tempo si è fatta forse più originale. Ci sarà già chi rimpiange il growl e i pezzi più aggressivi, ma è piuttosto evidente che con Language i Contortionist si siano distinti definitivamente dalla massa di band deathcore e djent, portando la loro ricerca musicale a un livello più elevato; dunque questo nuovo lavoro non poteva che essere la naturale evoluzione di quel percorso. Un disco di grande eleganza, che ha bisogno di più ascolti per essere assimilato e che conferma i meriti di una tra le band più interessanti nell’attuale panorama progressive metal.

 
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