Recensione: Cohesion

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Cambiare, modificare, migrare, scegliere, evolvere, plasmare, mutare, creare ed infine proporre, in sintesi la vita artistica di Adam Agius, fondatore dei mai dimenticati Alchemist e oggi comandante di questo interessante nuovo gruppo che prende il nome di The Levitation Hex. Ripartiamo. Gli Alchemist, per chi non lo sapesse, sono stati negli anni passati una grandissima band prog australiana che ha sfornato capolavori di immortale bellezza; non sto a dirvi i nomi e altro perché la curiosità deve essere fattore fondamento per arricchire il proprio bagaglio culturale. Ora, che la prima creatura è sottoterra, arriva questo secondo parto denominato “Cohesion” che cambia nuovamente le carte in tavola rispetto al precedente omonimo album; se gli Alchemist erano una band prog a tutto tondo, fautrice di album sperimentali e fuori dagli schemi, con questa nuova creatura la matrice più hard-rock/sludge è venuta fuori portando in seno anche un leggero calo creativo. So che facendo così vi rovino la sorpresa del prossimo capitolo, ma meglio essere franchi sin dall’inizio.

Non v’è nulla di male nel proporre questa sonorità rispetto all’altra, cambiare direzione e reinventarsi, la creatività non ha limiti, bisogna però sempre sfoderare qualcosa di fresco e innovativo, ovviamente. Questo secondo parto ha spiazzato sin dal primo ascolto, ci è voluto molto per digerirlo e comprendere quanto scritto nelle righe successive, che in base ai sentimenti verso gli anni che furono di Adam, è stato come un colpo al cuore. Avrei potuto donargli meno attenzioni, facendomi prendere dall’ansia di scriverlo rischiando di tramutarmi nel classico fanatico che evita di guardare oltre il proprio naso. Tutto questo per dire cosa? Che purtroppo quel genio indomato di Agius, questa volta ha toppato a metà; “Cohesion” non brilla e diventa un album di mestiere che avrebbe potuto prendere a vele spiegate il mondo e farlo suo, fermandosi invece a qualche chilometro dalla riva. Purtroppo ahinoi non tutte le ciambelle escono con il triangolo isoscele scaleno. Se lungo ogni singolo brano la creatività rimane percepibile, la volontà di stupire e andare oltre i canoni classici dello sludge progressivo moderno (quello di matrice Mastodon & Co.tanto per fare paragoni) non risulta avvincente, portando a quel desiderio latente di skipper. L’aria del “già sentito” si materializza prepotentemente ed a fine di ogni ascolto c’è un amaro in bocca che aleggia beffardo e menefreghista. Non solo sludge sia chiaro, anche hard rock, prog e psichedelia si scambiano i ruoli in ogni traccia per formare un gigantesco meltin’ pot di assurde fattezze. Basta ascoltare canzoni a random lungo la tracklist quali ‘Energy Refused’, ‘The Things Time Can’t Mend’, ‘Buried in a World’ o la conclusiva ‘Waste of Worry’ per comprendere come le molteplice sovrastrutture create non siano in grado di sfondare la quinta parete, lasciando po' che nulla a conclusione dell’album. Ribadisco il precedente purtroppo, perché manca qualcosa all’interno di “Cohesion”, come se il “Vorrei ma non posso” sia intrinseco in ogni minuto, ogni idea che sta alla base delle canzoni non si illumina bruciando ogni possibilità: anche le tempistiche che non giovano allo sviluppo finale. Alcune parti troppo allungate, altre realizzate al 60% del potenziale, lasciano i The Levitation Hex barcollare nella media e nulla più; certamente ottimi spunti sono riscontrabili attraverso l’iniziale esplosiva ‘Disrate’ e la buona ‘Sleeping Synapse’, ma rimango purtroppo esempi fini a se stessi. La produzione è un’altro nodo cruciale nella visione globale del prodotto, perché se le chitarre sono state editate in maniera certosina e con un suono vivo ed organico, il basso e la batteria in proporzione risultano troppo secchi e smorzati. L’effetto psichedelico combinato con una sana dose di stoner progressivo risulta risicato e deficitario, purtroppo, anche grazie a questi dettagli.

Chiudendo possiamo si promuove senza problemi i The Levitaion Hex e “Cohesion” ma con una occhio vispo verso il futuro, dove gli Alchemist non riescono più ad entrare, quasi confinati in un angolo come il brutto babau della notte. Le potenzialità, il genio, la creatività di Agius sono oramai scritte negli annali, ma qualcosa è andato nel verso storto, essendo questo probabilmente l’unico disco della sua carriera a non sfondare come in passato. Ascoltate, giudicate, godete delle sonorità qui in campo, ma detta in amicizia, andate a prendere in mano “Spiritech” e “Organasm”, quelle sono droghe legalizzate consigliate agli amanti del prog estroverso e cervellotico.

 

 
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