Recensione: Cold Night For Alligators - Fervor

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La recente corrente Djent ha portato qualcosa di nuovo, su questo non c’è dubbio. Dove respira la sperimentazione soffia sempre un vento di cambiamenti, evoluzione e come nel caso di questo genere che ha ormai accolto numerose band tra i suoi portabandiera, si arriva al punto che alcuni sentano l’irrefrenabile necessità di spingersi ancora oltre. In alcuni casi si tende a caricare troppi ingredienti in un unico contenitore con l’ovvio risultato che si possa suonare di certo “diversi dagli altri”, ma non per questo migliori. I danesi Cold Night For Alligators, all’infuori del nome perfettamente in linea con i dettami contemporanei ai quali piace tanto abbreviare con le sole iniziali, sono attivi da ormai 8 anni e danno oggi alla luce il secondo disco, il quale si sistema come successore dell’esordio del 2016 di Course Of Events e si pone come perfetta risposta del discorso intrapreso in apertura di recensione. Si può ancora inventare qualcosa di nuovo, quando tutti i sentieri sembrano essere ormai già percorsi? E soprattutto, quanto è rischioso oltrepassare quel sottile confine che delimita un sound omogeneo, con un’offerta ricca di un più ampio registro sonoro?

 

Un album è un capitolo fondamentale della vita di ogni band e non solo perché influenza le vite e l’eventuale successo del gruppo stesso e quindi di tutto ciò che gli ruota attorno, ma perché è in grado di cambiare – a modo suo – anche la vita degli ascoltatori, esattamente come nei casi in cui si trova conforto in particolari canzoni. È un passo importante non solo a livello economico e commerciale, ma anche emotivo e Fervor intende essere il passo giusto per il quintetto danese, promettendo di portare qualcosa di nuovo in un ambiente (quello del djent) nel quale è facile suonare pesanti e soprattutto diversi rispetto al solito, ma dove è già più arduo dare quel tocco di unicità a strutture così libere da vincoli che spesso appaiono quasi incatenate a se stesse. Il trittico iniziale del disco ha la caratteristica di attaccare l’ascoltatore con una ruvidità e cattiveria che non conoscono mezze misure, prima di dar modo di apprezzare aperture melodiche e stacchi dalle spiccate tinte progressive. Autentiche protagoniste dell’intero disco, seppur differenti tra loro condividono la capacità di entrarti in testa sin dal primo ascolto, con la opener Violent Design e Canaille a risultare ancora più convincenti dell’altrettanto ottima Drowning Light. Si percepisce subito che la direzione intrapresa dai CNFA è una valida alternativa al “djent più conservatore” (l’ho detto davvero?), unendo parti dirette e melodiche a schemi più pesanti, senza però mancare di inventiva, aspetto che si ritrova anche nella più strutturata Black Swan o nella sorprendente Nocturnal.

A metà disco tocca alla breve intro Entangled dare il via a uno degli episodi migliori: Get Rid Of The Walls è più meditata, non ha fretta e mostra un altro lato di una band che appare già padrona di un songwriting maturo, per sfociare in un ritornello incredibilmente orecchiabile e che continua ad aprirsi sopra un tappeto di note sapientemente cucito dagli strumentisti. A questo punto possiamo già cominciare a tirare le somme ed essere felici per aver incontrato questo album sulla nostra strada, ma i danesi ci riservano ancora qualche sorpresa, grazie alle successive Wilderness, Soulless City (introdotta dall’intermezzo The Proposition) e Coloured Bones, che suonano dirette, a tratti malinconiche ma con quella costante voglia di perseverare e non arrendersi mai. A chiudere il secondo album dei CNFA ci pensa la calma di Infatuated, una conclusione che strizza d’occhio a sonorità ambient e che ci consente di riflettere su quanto abbiamo ascoltato, tenendo ancora nelle orecchie quel sound alternativo che Fervor è stato in grado di forgiare. La forza del gruppo al servizio di un obiettivo comune, una release ricca di frustate elettriche, un gran lavoro della sezione ritmica e soprattutto delle chitarre che guidano letteralmente le splendide melodie del vocalist J.J. Pedersen, in grado di variare mood con una facilità disarmante.

Quando si ha a che fare con la Long Branch Records è un po’ come entrare nella propria cella dei vini e dirigersi subito verso l’angolo delle bottiglie d’annata. A prescindere dalle sfumature che ci saranno offerte, possiamo star sicuri che non avremo in mano soltanto qualcosa di valido, ma di innovativo e di sicura ispirazione. Spesso ci troviamo ad ascoltare un disco con delle aspettative, spesso veniamo delusi ed in altri casi restiamo felicemente sorpresi. Con Fervor si va oltre queste semplici classificazioni o reazioni, perché il gruppo danese ha deciso di non impiegare la tecnica per ottenere un disco tecnico fine a se stesso, ma per concentrare in 12 tracce tutta una serie di cambi e sottogeneri (a volte più distanti tra loro di quel che pensassimo) per regalarci tre quarti d’ora di abbondanza sonora in grado di unire aggressivo metal, spesse e profonde sonorità djent, melodia incredibilmente orecchiabile e sprazzi di contaminazioni che vanno dal progressive al funk, esaltati da una produzione e una pulizia sonora di prim’ordine. Se cercate qualcosa di nuovo, qualcosa di camaleontico ma compatto dall’inizio alla fine e soprattutto se cercate qualcosa di valido, fatelo vostro. Io vi ho avvisato.

 

 

Brani chiave: Violent Design / Canaille / Get Rid Of The Walls

 
80