Recensione: Come to Die

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I Punition Babek nascono dieci anni fa a Firenze da un’idea dei chitarristi Fabio Docci e Marco Giuffrido e del batterista Roberto Chimentelli, ai quali si uniscono, dopo circa un anno, il cantante Giovanni Inox Casulli ed il bassista Alessandro Fantini. L’attività discografica ha inizio nel 2011, con l’incisione del primo Demo, dopodiché, al posto di Fabio Docci, entra Baron Roccio all’epoca anche elemento dei Thrashers Sofisticator.

Dopo un’intensa attività live i Punition Babek entrano in sala di registrazione per esordire a livello discografico con il Full-Length ‘The Prisoner Within’, pubblicato a Marzo del 2013.

Subito dopo Baron Roccio viene sostituito da Antonio ‘Master’ Mastrosimone e la band riprende l’attività live, partecipando a molti festival e dividendo il palco con gruppi famosi quali i Sabotage, i Tossic ed i Dark Lunacy, tra gli altri.

Nel 2017 cominciano le lavorazioni per il secondo album, pubblicato il 14 maggio 2018, via MASD Records, e dal titolo ‘Come to Die’.

Quella che abbiamo di fronte è una band matura, sicura di se e delle proprie capacità, sia tecniche che compositive, che affronta l’esigente mondo del metal con un genere che unisce un Thrash non troppo furioso, se pur aggressivo, ad un Heavy Metal più classico, incentrato sulla durezza e sulla potenza.

La miscela è esplosiva, con un songwriting vario e dinamico, che non trascura le linee melodiche anche nei momenti più veloci ed intensi.

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Tuttavia il sound è un po’ limitato dalla produzione: ad esempio batteria e chitarra solista, a parere dello scrivente, dovevano essere registrate ad un livello più alto, per evidenziare meglio la potenza emanata dalla prima e il sofisticato gioco melodico dell’altra. Il volume così basso degli strumenti ha invece penalizzato il buon lavoro svolto dai musicisti.

La voce deve, e può, migliorare soprattutto nelle parti Thrash, maggiorando l’estensione e la sensazione di cattiveria. Giovanni, in questo album, si esprime meglio nei brani più legati al metal classico, come ‘Rovine’, di cui parleremo più avanti, che non in quelli veloci. Dimostra però passione e voglia di trasmettere emozioni, elementi fondamentali per assicurare un veloce miglioramento.

La sezione ritmica, nel suo insieme, è una buona macchina ed il lavoro che esce dal quintetto è positivo, non dipendendo da loro quasi tutte le imperfezioni riscontrate nel disco.

Come to Die’ è composto da otto tracce, non necessariamente legate alla vecchia scuola ma neanche eccessivamente moderne; questa caratteristica le rende interessanti ed ascoltabili con attenzione; la prima è ‘Enslaver’ dotata di un buono e classico riff Thrash veloce a cui segue un moderno momento stoppato. Strofe e refrain si seguono senza sosta fino ad uno ‘stop and go’, dopo il quale il pezzo diventa una cavalcata che conduce all’assolo. Successivamente il brano s’indurisce e l’assolo riprende più veloce per arrivare alla ripresa ed alla conclusione.

Segue ‘Darkness in Hell’, che è divisa in strofe veloci e sezioni musicali cadenzate. Impreziosiscono la traccia delle sezioni cupe e lente, con tanto di arpeggio e strofe enfatiche.

Il terzo pezzo è ‘A Power to Believe’, un bel pezzo Heavy Metal che poi vira al Thrash dopo uno ‘stop and go’ con un’accelerata finale.

Come to Die’, che da il titolo all’album, è un buon Thrash, mentre la successiva ‘Demons’ è nuovamente un pezzo Heavy Metal molto duro che accelera più o meno a tre quarti dal finale. 

 ‘Into Reality’ è suonato a velocità controllata, con strofe determinate ed il refrain con chorus; intrigante è la contrapposizione tra le chitarre asincrone in fase ritmica e valido è l’assolo finale.                                                            

Money War’ è di nuovo un buon Thrash con vari cambi di tempo.

L’ultimo pezzo è la vera sorpresa, che aumenta a dismisura il valore dell’album: ‘Rovine’, cantata in italiano, è un tempo medio duro come l’acciaio che lascia letteralmente senza parole. Il testo descrive, senza mezzi termini, la situazione in cui viviamo e la volontà di non far nulla per migliorarla. Il Vocalist fa la sua prestazione migliore, infondendo il senso di chi, comunque, non vuole rassegnarsi; l’assolo e emozionante così come il refrain. Impreziosisce il pezzo la partecipazione di Luca Guiotto e Claudio Pino di Loud’n Proud e Radio Diffusione Pistoia.

Le ultime parole le spendiamo per l’artwork, realizzato da Chiara Rovesti, che ha curato il layout dell’intero disco.

La cover ritrae i tarocchi del giullare con il coltello dietro la schiena, che simboleggia l’inganno, del monatto, che rappresenta il passaggio della morte e dell’appeso, che raffigura il futuro incerto o una scelta difficile.

Tali tarocchi sono legati alle parole ‘destiny’ o ‘fade’, ampiamente utilizzate nei testi dei Punition Babek, mentre sono in netto contrasto con la chiarezza del titolo del disco (vieni a morire), che non ha bisogno di spiegazioni.

Concludendo, ‘Come to Die’ è un bell’album, nonostante qualche imperfezione, e merita di essere ascoltato e capito. Basta mettere a punto qualcosa qua e là ed i Punition Babek sono pronti per compiere il prossimo balzo in avanti.        

 
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