Recensione: Coming Home

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Cinque anni sono passati da “You only live twice” ultimo nato di casa Pain. Nel frattempo, però, Peter Tägtgren non è rimasto certo con le mani in mano, dandosi a un progetto con Till Lindemann, frontman dei Rammstein e, tra le altre, la produzione dei un album degli Amorphis – nella quale ha avuto parecchia voce in capitolo. È venuto però il momento, anche per lo svedese, di tornare a concentrarsi sulla sua creatura prediletta: 2016, esce “Coming home”, ottavo capitolo della discografia dei Pain.

Bestia strana i Pain, non sai mai come inquadrarli – problematica che si è spesso riproposta anche sulle nostre pagine. Industrial metal o che altro? A tutti gli effetti la musica del Tägtgren affonda le sue radici nel gothic rock a voce maschile più genuino, quello nato negli 80’s dalla corrente dark, ma si arricchisce di riff, spesso muscolari e a volte tamarri, e ti massicce dosi di elettronica – elementi che contribuiscono a rendere il sound dei Pain poco allineato e maledettamente accattivante. Così è anche per questo “Coming home”, definibile, in ultima analisi, come una collezione di 10 singoli che potrebbero facilmente sfondare nell’airplay radiofonico di mezza Europa. E non è certo difficile intuire a quale metà dell’Europa qui si alluda.

Dieci pezzi brevi, tutti tra i 3 e i 4 minuti di durata, caratterizzati da strofe e ritornelli estremamente semplici da ascoltare e memorizzare, a livello di 69 Eyes e affini. Dal primo riff fottutamente southern di “Design to piss you off” fino al termine di “Starseed”, Tägtgren snocciola una raffica di basi martellanti e di liriche cazzare (ma proprio tanto), per un effetto di sicuro impatto e un coinvolgimento completo (“I’ll be your pain in the ass” - come lui stesso afferma).

Ciò detto, i Pain non perdono la loro indole sperimentale e futuristica, a partire dalle chitarre acustiche e dalle tastiere di “A wannabe”, passando per le linee estremamente malinconiche, in vago odore di prog moderno, della title track. In tutto questo non mancano le massicce dosi di elettronica tunzettara cui lo svedese ci ha da tempo abituato, come ad esempio in “Black Knight Satellite”, della glam-hit “Final Crusade” o in “Natural born Idiot”, nella quale peraltro si rimanifestano alcune vaghe spruzzate del prog precedentemente citato. Episodi che rendono l’album non certo meno compatto, ma molto più vario e anche meno noioso, cosa che, ad esempio, i 69 Eyes hanno ormai perso da tempo.

“Coming home” dunque conferma l’inventiva e il grandissimo songwriting di Tätgreten. Un album che non sorprende (ormai ci siamo abituati), ma non delude né disattende aspettative che, con questa band, sono sempre alte. Stiamo dunque tranquilli, i 5 anni di inattività non hanno fatto male ai Pain. Al contrario.

 
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