Recensione: Commitment to Excellence

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Terzo album per i Thrashers Tornado. Quali, direte voi, in considerazione del fatto che esistono almeno sette – otto band che portano questo nome? Parliamo del combo finlandese nato nel 2010 per la volontà del cantante Superstar Joey Severance e del chitarrista Michiel "Big Maaaan" Rutten e che, dopo svariate prove e cambi di formazione hanno pubblicato l’album d’esordio ‘Amsterdamn, Hellsinki’ nel 2011 e, successivamente, il secondo ‘Black President’ nel 2012.

Quest’anno il combo si fa nuovamente sentire con ‘Commitment to Excellence’, la cui uscita è prevista per la fine di agosto via Extreme Metal Music.

Loro stessi definiscono il Thrash che suonano ‘Sleazy’ ossia squallido, ma con il nuovo lavoro dimostrano che proprio così non è.

Per carità, non parliamo di un capolavoro, ma di un disco che comunque raccoglie tutto quello che è il Thrash da quando è nato ad oggi, anche gli stili alternative non proprio riusciti negli anni ’90, lo mischia tutto assieme, esaltando la parte Hardcore e fermandosi cinque passi prima che il tutto diventi Crossover.

Questo consente una gran variabilità del sound, duro e veloce, abbastanza originale ma non privo di imperfezioni.

Imperfezioni che troviamo soprattutto nella maggior parte degli assoli (escluso alcuni suonati da ospiti illustri e di cui parleremo dopo) e nella voce, che non è né in clean, né uno scream ma, più che altro sembra quella di una cornacchia, cosa che ci può stare, visto che l’animale è associato alla guerra, alla morte e al lato oscuro dell’essere umano. In alcuni punti è però un po’ troppo esagerata e diventa quasi monotona.

Per il resto, attingendo da trentacinque anni di Thrash, l’album con le sue undici tracce, spazia molto in quello che è l’estremismo, andando anche oltre con punte che vanno dal Death al Rap Metal.

L’inizio è violento: ‘A Minute of Nothing’, cantato con voce filtrata per aumentare la rabbia, è un’intro cattiva ed incalzante che si blocca all’improvviso per lasciare il posto al vero primo pezzo, ‘White Horse of the Apocalypse’, un classico Thrash ispirato alla Bay Area dell’epoca d’oro con interconnesse sezioni Death cantate in growl da Karl Sanders, fondatore degli statunitensi Nile, e Niko Kalliojärvi dei finlandesi Amoral.

Segue la roboante ‘Global Pandemic’, dal refrain sprezzante con un tiro più moderno e una punta di ‘mosh’ dentro.

Spirit and Opportunity’ si avvale di nuovo di un aiuto per la parte Death: nientemeno che Ross Dolan degli Immolation. Il pezzo è potente e pestato, con un assolo lento ma duro.

La successiva ‘The Flight of Yuri Gagarin’ (il primo uomo a volare nello spazio compiendo un’intera orbita ellittica intorno alla terra il 27 marzo 1968) è ricca di cambi di tempo, di arpeggi ed è cantata con strofe decise come se fosse il diavolo che si diverte a raccontare l’impresa del russo.

Endless Forms of Torment’, il cui assolo è a cura di Adam Phillips della band Hardcore statunitense Pro-Pain, è molto tecnica, con ritmi stoppati e strofe che ricordano certi lavori dei Faith No More, tra i primi a sperimentare un’evoluzione del Metal fondendolo con il Rap.

Through Difficulties to Victory’ è un pezzo strumentale melodico, non male, che ci può stare per spezzare un po’ il disco.

Si riprende con ‘Supremacy’ e con ‘Chaos among the Ruins’, che non aggiungono niente di nuovo ma si lasciano ascoltare, e si arriva al momento della cover: ‘United Forces’ dei S.O.D., tratta da ‘Speak English or Die’ del 1985, suonata grosso modo come l’originale senza, però, che i Tornado rinuncino al proprio stile.

Conclude ‘At the Chapel of Rest’, esaltante, pestata e cadenzata riassume un po’ tutte le qualità del combo, con l’aggiunta della chitarra del canadese Glen Drover, nei King Diamond nel 2000 e nei Megadeth dal 2004 al 2008. Il pezzo, verso la fine sfuma. Sembra sia tutto finito ma poi riprende lento, acustico e struggente con un assolo molto intenso fino alla fine

Questi sono i Tornado: il disco è nella media delle produzioni Thrash di quest’anno, mancando di quel qualcosa in più che lo avrebbe fatto emergere. E’ comunque apprezzabile la voglia di uscire dagli schemi e di cercare una forma di originalità, rispettando comunque trentacinque anni di storia. Giudizio positivo ma, viste le potenzialità dei musicisti, ci aspettiamo qualcosa di meglio per la prossima volta.

 
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