Recensione: Concussion Protocol

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Per molti anni, un decennio come minimo, l’avere tra le mani un nuovo lavoro dei Vicious Rumors è stato  quasi un miracolo. Dopo la prematura scomparsa del mai dimenticato Carl “The Voice” Albert, infatti, la band californiana ha attraversato una lunga fase di difficoltà, non solo per una line-up davvero instabile (tematica ancora attuale, come vedremo), quanto per una cronica difficoltà a dimostrare in modo concreto le proprie qualità; etichette improbabili, poco convinte o dai mezzi impalpabili, distribuzione zoppicante, tour inesistenti a causa di un ambiente poco incline a certe sonorità...molte sono state le cause di un lungo periodo di limbo, che ha costretto il gruppo di Geoff Thorpe a rimanere in seconda, se non terza fascia. Poi, dalla seconda metà della scorsa decade, le cose hanno ricominciato a girare dal verso giusto: prima l’inatteso, ottimo “Warball” ha riacceso l’interesse sulla band, poi un solido contratto con la SPV/Steamhammer, tantissimi tour specialmente nel Vecchio Continente e un pugno di uscite convincenti hanno riportato in auge il nome dei Vicious Rumors, anche tra chi, per ovvi motivi anagrafici, non aveva avuto modo di seguire le gesta dei Nostri nel loro periodo migliore.

A “soli” tre anni dal precedente full-length “Electric Punishment” e a due dall’ultima fatica dal vivo “Live You To Death 2”, vede quindi la luce “Concussion Protocol”. E’ l’avvicendamento del vocalist l’elemento più rilevante: l’ottavo (!) cantante dei Vicious Rumors (considerando solo quelli con all’attivo almeno un album) è Nick Holleman e tanta è la curiosità di sentirlo sulla prova in studio, dopo la partecipazione all’album dal vivo. Il giovane carneade olandese, assoldato dal mastermind Geoff Thorpe attraverso amicizie comuni, si conferma un buon talento, forse una delle migliori voci mai sentite in seno alla band californiana: doti naturali, tanto entusiasmo e, altro punto importante, una notevole somiglianza a livello di timbro con Carl Albert sono elementi che certamente fanno bene ai ‘Rumors. Il nuovo album, a livello stilistico, non si distingue enormemente dagli ultimi lavori: abbiamo di nuovo a che fare con un power metal di stampo americano spesso tendente al thrash e non particolarmente nostalgico, a dire la verità: scelta stilistica che confermata dal co-produttore selezionato, il fidato Juan Urteaga, già alla console con band del calibro di Machine Head, Testament e Hatriot, ossia gente che non ha la tendenza a lavorare di fioretto. Altro elemento significativo in questo senso è la strumentazione oramai di serie usata da Geoff Thorpe, certamente non vintage (chitarre Dean customizzate in modo aggressivo) e la sua tendenza a doppiare spesso il cantato con una voce robusta e ben poco virtuosa. Il risultato è quindi un lavoro che ha sì le sue basi negli anni ’80, ma guarda insistentemente al presente. Si parte con l’ottimo tiro della title-track, dove un po’ tutti i membri della band si mettono in mostra, in modo particolare impressiona il lavoro al basso del nuovo arrivato Tilen Hudrap (Paradox, Testament) e gli scambi di solista che coinvolgono anche Thaen Rasmussen, altra presenza costante negli ultimi anni con la band. Impossibile non sentire una certa nostalgia del passato ascoltando l’attacco di “Chasing The Priest”, classica traccia speed nel più classico Vicious Rumors-style, con Nick Holleman che davvero sembra la reincarnazione di Carl Albert, fatte le dovute proporzioni. Altrettanto si potrebbe dire di “Last Of Our Kind”, se non fosse che questa volta si pesta meno sull’acceleratore e si insiste su atmosfere più all american, tanto care a gruppi come Armored Saint o Leatherwolf, per intendersi. “Circle Of Secrets” fa il verso a quel capolavoro di ballad intitolata “Thunder And Rain” (da “Word Of Mouth”), anche se certi fasti sono ahimé lontani. Il songwriting è solido, anche se qua e là non mancano passaggi, se non proprio noiosi, per lo meno poco significativi: è il caso di “Take It Or Leave It”, da cui oltretutto è stato tratto un video promozionale, o la stessa “Life For A Life”, cantata proprio dal chitarrista-fondatore e non particolarmente coinvolgente. Al contrario, la quasi thrash metal “Every Blessing Is A Curse” è una vera e propria iniezione di testosterone.

L’amalgama tra i membri è ottimo nonostante l’elevato turn-over e si percepisce tanta carica. Se, però, può essere mossa una critica, è forse proprio a Geoff Thorpe che bisognerebbe rivolgersi: tutto il lavoro è pervaso dalla sua costante presenza, vuoi come backing vocals, vuoi con il suo riffing sempre più pesante. Chi scrive è convinto che la band potrebbe prendere il volo verso traguardi ancora più interessanti, stilisticamente parlando, se fosse concessa maggiore libertà di movimento agli altri membri e se il risultato complessivo fosse meno legato alle attuali tendenze del metal, tutte compressione e pesantezza (i Riot V, i Metal Church e ancora gli Armored Saint si sono dimostrati esenti da questa recente predisposizione).

Abbiamo quindi a che fare con un’uscita abbastanza standard, ma illuminata dalle “giocate” dei singoli, per usare una terminologia calcistica; tutto sommato allineata alle loro recenti uscite discografiche, ma non priva di energia ed entusiasmo, caratteristiche che, ne siamo certi, troveranno la loro sublimazione nei prossimi infiammati appuntamenti dal vivo.

Vittorio Cafiero

 
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