Recensione: Controlling The Tides

Di Stefano Burini - 20 Giugno 2015 - 12:11
Controlling The Tides
Band: Mindead
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2015
Nazione:
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65

A.D. 2015.

Di macchine volanti, “autolacci” e giubbotti ad asciugatura automatica non se ne vede manco l’ombra; in compenso di band metal dedite alla riproposizione di altrui idee e stilemi ce ne sono a bizzeffe. Tali band possono peraltro a loro volta essere raggruppate in due macrocategorie: gli scopiazzatori spudorati e privi di talento e gli onesti “operai del metallo”.

Bontà loro, i Mindead – pur prendendo a piene mani, tra gli altri, dal repertorio di svariati act della scena scandinava degli anni novanta e duemila – possono essere facilmente inseriti nella seconda categoria. Non dei geni e men che meno degli innovatori, ma una band onesta con dei buoni mezzi tecnici e un discreto gusto compositivo in grado di trasparire a più riprese tra le pieghe dei dodici pezzi che compongono il loro nuovo album, “Controlling The Tides”.

Dodici pezzi che il quartetto di Stoccarda decide di giocare sulle coordinate di un death/doom melodico esattamente a metà strada tra ultimi e penultimi In Fiames (diciamo da “A Sense Of Purpose” fino ai giorni nostri) e cadenze più vicine al gothic/doom di gruppi come i Sentenced.

La voce di Timo si destreggia in maniera efficace tra il growl, prevalente, e il cantato in registro pulito, perlopiù confinato ai soli ritornelli melodici. Altrettanto bene si muovono i tre strumentisti, al secolo Pablo alla chitarra, Bene al basso e Ben Hell alla batteria, sempre impegnati in fraseggi strumentali gradevoli e ben strutturati, eppur incapaci di uscire in qualche modo dal seminato.

Da un certo punto di vista un peccato, giacché se la rigida disciplina consente ai Mindead di non scivolare mai nel cattivo gusto, è altrettanto vero che finisce anche per limitarne il potenziale lasciando una certa sensazione di incompiutezza.

Alcune canzoni sono invero molto belle seppur, come detto, prive di “colpi di testa”. È il caso della splendida “Sore” o della doppietta costituita da “Unearthed” e “Trains And Losses”, InFiammate fino al midollo e in grado di emozionare per davvero o, ancora, della conclusiva “Hurt” riuscita rilettura in chiave melo/death della celebre hit dei Nine Inch Nails.

Gli altri pezzi veleggiano comodamente al di sopra della sufficienza senza tuttavia riuscire a far breccia nel cuore dell’ascoltatore, confinando “Controlling The Tides” nella cerchia dei prodotti “riservati ai soli aficionados” di sonorità ormai più che collaudate.

Stefano Burini

 

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