Recensione: Covered In Blood

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Sono ormai diversi anni – troppi – che la mia forza di volontà tiene duro di fronte ad ogni nuova uscita marchiata Arch Enemy. La death metal band svedese che ha messo a segno 10 album in studio e radicalmente cambiato la propria identità in tre occasioni, comincia il 2019 con una release che se a livello compositivo funge da cuscinetto, ambisce a tenere alto l’interesse verso la band, sempre molto concentrata in sede live, come anche sui social network (vicende legali contro fotografi a parte). Covered In Blood, come suggerisce sagacemente il titolo non è altro che una compilation di ben 24 cover per circa 70 minuti dei più variegati generi musicali. Si passa dal metal tradizionale degli Iron Maiden, al power melodico dei Dream Evil, senza dimenticare Europe, Manowar, Carcass, Megadeth, ma anche una fitta selezione di rapide sfuriate punk e digressioni ben lontane dalle frenetiche velocità del mondo death metal. Un paio d’esempi? Pretty Maids, Tears For Fears e Mike Oldfield.

Ma se anche voi siete o siete stati, come il sottoscritto, fan sfegatati della band un tempo capitanata dai fratelli Amott, avrete una chiave di lettura diversa da quella track-by-track che solitamente si adotta in un caso come questo in cui ogni traccia non ha il minimo legame con l’altra, in primis perché si trattano appunto di cover – anche se logicamente reinterpretate in chiave Arch Enemy, e in secondo luogo perché sono state registrate lungo la ormai quasi venticinquennale carriera del combo svedese. Si procede a ritroso, con gli inediti che vedono la bella Alissa White-Gluz urlare come se fosse stata morsa dal demonio e seppure si intravedano leggeri sprazzi di voce pulita, stento nel farmi convincere che il prossimo disco possa rappresentare una svolta per la band. Alissa, lasciatemelo dire, spesso è meglio vederla che sentirla, fatta eccezione per quanto fatto con la sua ex band (The Agonist) e proprio in questo frangente, credo che gli AE dovrebbero sfruttare meglio le doti vocali dell’attuale singer. Potremmo individuare parte del problema nel secondo corpo di Covered In Blood, dove troviamo le cover registrate nel periodo in cui Angela Gossow tirava le redini della band dal centro del palco e non da dietro le quinte. Si conclude con una manciata di pezzi da 90, quelli dei vecchi tempi, quelli del trittico “Black Earth”, “Stigmata” e “Burning Bridges”, quelli del compianto (almeno per me) Johan Liiva, dove il sound è più sporco, la voce più grezza, ma il risultato infinitamente meglio.

Covered In Blood venderà ugualmente, piacerà a molti, ma sono certo che per quelli che come me rimpiangono la vena compositiva dei primissimi anni di vita del gruppo, sarà l’ennesima conferma che i cambiamenti non hanno portato miglioramenti. Nonostante l’esecuzione in sede live sia impeccabile, complice anche la presenza dell’ex Nevermore, Jeff Loomis, agli Arch Enemy manca quella scintilla che è stata persa chissà dove. Non lo si nota soltanto in quanto a brani originali, ma addirittura nella riproposizione di cover songs. Vi prego, fatemi tornare indietro nel tempo!

 
60