Recensione: Crown of Souls

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Dopo un disco buono, ma non eccezionale, come Reduced to Ashes, i padroni del brutal ipertecnico ed asfissiante tornano alla carica con un album molto più compatto ed in cui, finalmente, anche la forma-canzone viene rispettata e sfruttata a dovere.

Crown of Souls non varia di molto lo stile dei Deeds of Flesh: sono gli unici ad aver creato un suono così intricato e di difficile assimilazione, basandosi su ritmiche contorte e un riffing che estremizza i migliori Suffocation, andando però ben oltre il combo newyorkese quanto a complessità strutturale. Quest'album vede brani leggermente più compatti, arrangiamenti non così dispersivi come sul predecessore: oppone per esempio una Hammer-forged blade, a suo modo diretta, ad una The Endurance, traccia conclusiva del predecessore, che coi suoi undici minuti di riff in continua evoluzione si rendeva più cervellotica di un brano prog. Non che fosse per forza un difetto, ma è indubbiamente un piacere sentire la maturità raggiunta dai Deeds nel 2005 scorrere in brani che hanno cementato le proprie fondamenta in capolavori come Inbreeding the Anthropophagi o Path of the Weakening.

Il tasso tecnico, come sempre, è talmente alto da risultare quasi opprimente, e proprio per questo chi ama il brutal per le sue infinite sfumature a livello strumentale li adorerà. Del resto non si parla certo di musica di facile assimilazione (e quindi spesso di scarsa longevità), ma di un disco che necessita di svariati ascolti per mettere a fuoco ciò che inizialmente non viene recepito.

Un altro tassello, un altro passo di questo panzer lanciato a tutta forza verso il pieno riconoscimento da parte degli aficionados del genere.

 
80