Recensione: Crucible

Di Santoleri V. - 18 Luglio 2002 - 0:00
Crucible
Band: Halford
Etichetta:
Genere:
Anno: 2002
Nazione:
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75

La conferma del ritorno sulla scena metal di Rob Halford è affidata al nuovo ?Crucible?, attorno al quale ruota la figura di Roy Z, produttore e musicista sempre più legato a nomi eccellenti. Un booklet con immagini della band e testi accompagna il dischetto; l?artwork non si discosta di molto dall?album precedente.
L?apertura è affidata ad un?intro dall?atmosfera decisamente cupa, culminante in un arpeggio di basso che fa da preludio alla title track. Questa richiama nei riff ?Victim of Changes?, con le opportune variazioni; nel ritornello prevale la voce pulita di Halford fino all?irruzione di un break granitico e veloce in cui il cantato si incattivisce. Il brano si esaurisce con ?Crucible? urlato a ripetizione; alta qualità, per la varietà di ritmi e per i fraseggi proposti.
?One will? riprende quanto proposto in ?Resurrection?: passaggi veloci contrapposti ad un ritornello cadenzato e inneggiante. Si respira un?aria decisamente più allegra. Le ritmiche possono addirittura ricordare a tratti i primi Metallica (un confronto fra il riff del solo con quello di ?Master of puppets? rivelerebbe sicuramente alcune curiose analogie); c?è maggior immediatezza rispetto alla traccia precedente. La successiva ?Betrayal? induce a sorridere: introduzione tellurica di batteria, riff altrettanto potente, plettrate forsennate monocordi nel refrain, vocals laceranti e acute sovrapposte ad altre decisamente più pulite? Bravi! Indovinato! Painkiller! O meglio, la sorella moderna. Notevole la furia con cui si sviluppa ma forse la somiglianza con la suddetta track è un po? troppo evidente.
?Handing out bullets? è violentissima e incalzante nel ritmo; sottolinea il pregio di questo album: l?unione tra potenza e velocità. Il refrain, ?isterico? nel cantato, è basato su tre accordi suonati con plettrata piena.
La seguente ?Hearts of Darkness? testimonia la volontà di sperimentare; inizio pachidermico simil-Pantera, la linea vocale dà vita ad una insolita cantilena orientaleggiante dietro cui imperversano accordi molto ?spessi?. Nel corso della seconda strofa questa andatura si accentua per l?intervento di un fraseggio di chitarra in sottofondo, anch?esso di stampo orientale; gli effetti sono molteplici, si va dalla voce limpida a quella filtrata sino all?acuto tipico dello screamer britannico. Il ritornello è lontano anni luce da quanto ci si potrebbe aspettare dall?ex-Judas, infatti melodia e armonia di sapore asiatico culminano in un break dall?atmosfera quasi esoterica; Halford, non pago di aver disorientato l?ascoltatore con tali e tanti cambi di direzione, conclude domando un nuovo riff che, visto l?assolo di contorno, potrebbe essere quasi scambiato per un passaggio dei Death; davvero inquietante.
Altra storia ancora con ?Crystal? che ricorda vagamente ?Unholy terror? dei WASP, complice anche una distorsione delle chitarre pressoché identica (anche in questo caso l?invito a metterli a confronto è scontato); l?andamento orientaleggiante ritorna ma si tratta di un momento del CD decisamente più lento ed intimistico rispetto al precedente pur non trattandosi affatto di una ballad. Ancora una volta la band improvvisamente tace per lasciare il campo alla sola voce accompagnata da effetti organistici in sottofondo (KFD vi dice nulla?). L?assolo finale, ancora di scuola classica, è molto emozionante.
E? la volta di Heretic che, dopo una partenza alla ?Don?t tread on me?, si muove su un riff dal suono stoppato fino a culminare in un?andatura che sarebbe cara a Jeff Waters. Il ritornello è molto piatto e c?è spazio per un nuovo break molto ritmato di matrice new metal che anticipa il solo finale; un cocktail veramente ubriacante.
?Golgotha? è un mid tempo ?moderno? con chitarre lievemente zanzarose. La voce adotta timbriche ruvide e classiche all?inizio ma diventa ridondante di effetti nella seconda parte dove si risentono gli echi di ?Resurrection?. Finale affidato alla classica voce graffiante del metal God.
?Wrath of God? trasuda Trash metal! Riff alla Master of puppets con voce abrasiva sugli scudi; interruzione del brano affidata a chitarra e batteria come nella migliore tradizione della Bay Area. A testimoniare questa voglia di trash contribuisce anche l?utilizzo della doppia cassa.
?Weaving sorrow? probabilmente è il pezzo più priestiano della scaletta e si sente negli assoli, benché ancora una volta un riff massiccio e fortemente ritmato la faccia da padrone; la parte cantata consta di una strofa piuttosto anonima, mentre nel refrain l?ugola di Rob si cimenta in una progressiva e vertiginosa ascesa di tono. Sicuramente quest?ultima è la parte più impegnativa dell?intero disco dal punto di vista vocale.
Nelle strofe iniziali di ?Sun? ricompaiono le atmosfere mistiche e nel solito break si inserisce uno strano assolo blueseggiante, il ritornello è invece piuttosto lineare e scontato; inevitabilmente mi tornano in mente gli episodi più cupi e oscuri di ?KFD?(vedi ?The horror? oppure ?U?).
“Trail of tears” prosegue sulla scia della precedente, adottando un arpeggio di chitarra molto sinistro; naturalmente c?è spazio per il solito passaggio roccioso che anticipa un ritornello simile a ?Silent scream?. L?assolo non fa certo gridare al miracolo; l?epilogo del pezzo e dell?intero lavoro vede la ripresa dell?arpeggio di apertura del disco.

Nonostante i molteplici ascolti esprimere un giudizio definitivo su ?Crucible? è quantomai avventato. Alcuni brani attingono dal trash, altri flirtano con l?heavy classico, quasi tutti denotano il tentativo di confrontarsi col nuovo che avanza, un paio di questi ricordano il passato di Halford nei Priest e altri ancora presentano atmosfere quantomeno insolite. Le liriche paiono maggiormente introspettive, ritmiche e voce mutano continuamente, pur rimanendo tra coordinate consone al cantante britannico. In questo turbinio di proposte ne risente l?orecchiabilità che risulta penalizzata. Un disco intenso, coraggioso, che necessita di tempo per essere assimilato e compreso; finirà per essere giudicato da alcuni un capolavoro, mentre altri (quella frangia di fans che si aspetta a ripetizione tanti cloni di Painkiller) lo giudicheranno un fiasco. Certamente Halford fornisce una prova vocale di alto livello anche se la timbrica, per forza di cose, risente degli anni. La band è compatta e non presenta individualità di spicco; sicuramente la più giovane età dei musicisti ha inciso sullo stile delle composizioni. Il mio apprezzamento personale credo sia destinato a crescere di ascolto in ascolto e potrebbe in futuro avvicinarsi di molto al top.

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