Recensione: Cruel Words

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Edito dalla Naturmacht Productions, “Cruel Words” è il terzo album del compositore belga Déhà. All’anagrafe Olmo Lipani, abbiamo davanti a noi un musicista completo e poliedrico, attivo da anni nella scena metal internazionale con numerosi progetti e alias, come Imber Luminis, Maladie o Slow. Nonostante le sue opere ruotino tutte attorno all’universo doom, black, post-black e ambient, Lipani è anche fondatore di HHProductions e HHStudios, che producono band di diversi generi musicali, anche lontani dal metal. Un altro esempio della versatilità di questo artista è “Halo”, un assolo di pianoforte di circa trenta minuti, edito nel 2018 anch’esso sotto il nome Déhà.

“Cruel Words”, con soli sei lunghi brani in playlist, non fa eccezione. ‘I Am Mine To Break’ è un pezzo lento e cupo, più vicino ad un rock tradizionale che al genere metal; perfetto per un’esecuzione acustica, ci introduce alle atmosfere malinconiche dell’album. ‘Pain Is A Wasteland’ inizia in modo simile, introduce lentamente delle percussioni e poi una voce bassa, quasi religiosa. Verso il terzo minuto il brano esplode in un urlo addolorato, a tratti folle, ma sempre mantenendo un ritmo lento e solenne.

‘Blackness In May’ è molto simile nello schema ma più potente e veloce nella seconda parte. I primi tre minuti sono caratterizzati da una chitarra dolce e lenta che quasi riporta all’indie dei Cigarette After Sex; piano piano arrivano percussioni e voce, e verso il quinto minuto i toni e ritmo scoppiano in alto, sempre accompagnati da uno scream roco.

‘Butterflies’ è un pezzo atmosferico, oscuro e suggestivo, che rimane sempre su ritmi lenti ma senza rinunciare a chitarre e percussioni decise. La prima parte di ‘Dead Butterflies’ richiama il primo pezzo dell’album, con una voce graffiante ma chiara su una base di chitarra e tastiera. Come nei brani precedenti, la seconda parte della canzone va in crescendo in modo piuttosto epico e tragico, fino al climax dei 12 minuti dove rallenta e sfuma verso la fine.

‘Cruel Words’, che chiude l’album, è un brano cupo e oscuro, intervallato qua e là da chitarre d’ispirazione più classica. Queste note sembrano sprazzi di colore nel grigiore generale ma non stonano affatto nell’equilibrio della canzone.

In conclusione, “Cruel Words” può essere sicuramente considerato un album sperimentale, che cerca di aggiungere qualcosa alle classiche proposte black mantenendo comunque un’atmosfera cupa e solenne. Peccato per la ripetitività di certi schemi, che rende i pezzi piuttosto prevedibili; questo però non va ad intaccare la validità dell’opera, che rimane concettualmente omogenea.

 
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