Recensione: Crystal Planet

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Quando si parla di un disco di Joe Satriani la domanda non sarà mai se il disco piacerà o non piacerà, o chissà quanti assoli e fraseggi accattivanti avrà sciorinato l’Alieno, ma semplicemente chissà come “canterà” la sua Ibanez in questo disco.

Da sempre, fin dagli esordi, con “Not of This Earth” (1986), disco inizialmente finanziato dallo stesso chitarrista, proseguendo con “Surfing with the Alien”, eletto successivamente miglior album chitarristico dell’anno, il grande Joe ci ha abituato a veri e propri assoli vocali tradotti in musica con fraseggi, arpeggi e pattern melodici. Il musicista ha poi proseguito la carriera pubblicando “Dreaming 11”, “Flyin in a Blue Dream” e soprattutto il suo autentico capolavoro e album più apprezzato dalla critica, “The Extremist”. I suoi brillanti orpelli compositivi potrebbero essere tranquillamente cantati e interpretati vocalmente: deliziose, accattivanti e profonde melodie, facili all’ascolto, colpiscono l’animo dell’ascoltatore regalandogli momenti di sincera emozione.

Perché, se nel mondo chitarristico ormai inflazionato e ipertecnico, si assiste alla ricerca sempre più spasmodica del virtuosismo più esasperato, con infiniti e autocelebrativi soli, quello che ha sempre colpito nel modo di concepire musica del “Satch” è l’eleganza e la ricerca della fluidità e della linearità.

Ogni nota ha il suo giusto peso e il suo valore e, in un’ipotetica scacchiera, ogni nota rappresenta una pedina facilmente collocabile che si muove all’interno di un contesto chiaro e ben definito.

Nel 1995 era uscito sul mercato discografico l’album omonimo “Joe Satriani”, album dalle sonorità maggiormente jazz/blues-oriented. Il disco si distaccava dai suoi precedenti lavori palesando una sorta di evoluzione e sperimentazione nel pensiero musicale di Joe. Tale ricerca non aveva dato comunque gli esiti sperati, non raccogliendo infatti un grande successo in termini di pubblico e critica.

Anno 1998. Esce “Crystal Planet”. Il “Satch” ritorna alle sonorità tipicamente hard-rock dei precedenti album alternando la solita grande maestria e pulizia musicale a delle sperimentazioni (ed innovazioni) pregiate nell’esecuzione, ma forse prive del pathos necessario per conquistare l’ascoltatore.

Quello che colpisce subito è la quantità di canzoni presenti, ben quindici, fatto singolare se si pensa agli album precedenti. La scelta però, diciamolo subito, risulta piuttosto discutibile perché, se come vedremo, parecchie sono le canzoni intense, godibili e degne del grande Satriani, purtroppo parecchi sono anche i pezzi meno incisivi, quasi di contorno nonché riempitivi.

E allora perché presentare un album con più di un’ora di musica quando sarebbero bastati quarantacinque minuti del solito intenso, passionale e incisivo ‘Satriani Sound’?

Si parte con Up in the Sky …e l’inizio fa subito ben sperare! Un tappeto di basso-batteria sorregge perfettamente l’intro di Joe attorno alla quale si sviluppa il pezzo accattivante, martellante e vincente dotato inoltre di un refrain che entra nel cuore e nella mente.

Si passa a House of Bullets dalle sonorità leggermente funky, pezzo sinceramente un po’ monotono anche se i soli di Satriani, conditi dai soliti e famosi legati, nel corso del pezzo sono sempre godibili all’ascolto.

Ed eccoci arrivare alla title-track Crystal Planet, pezzo degno del miglior Satriani. Intro chitarristico e melodie vincenti con un lungo bellissimo e particolare assolo che conclude il pezzo e fa da apripista alla prima vera gemma dell’album, la ballad Love Thing. Un obbligato sul giro armonico di Mi maggiore funge da splendido tappeto ritmico per questa sognante ballad. Il pezzo è toccante a livello interpretativo. La chitarra dell’Alieno semplicemente “canta”, regalandoci dolci melodie e momenti di intensa riflessione interiore. Davvero un bel pezzo, sognante, ricco di pathos, il classico pezzo che vorremmo non finisse mai!

L’atmosfera è subito spezzata dal pezzo successivo, Trundrumbalind, altra canzone poco incisiva e quanto mai anonima. A questa segue, fortunatamente, la bella e rockeggiante Lights of Heaven, dove una suadente e “Satrianiana” intro è seguita da un’incalzante parte ritmica colorata dalle splendide melodie di Joe.

È quindi il momento di Raspberry Jam Delta-V dove una ‘cybernetica’ intro fa da prologo ad uno dei migliori pezzi dell’album. Qui  Joe ci delizia con una lunga serie di soli sempre vincenti, melodici e mai scontati, quasi cantati, da vivere e ascoltare con estrema serenità d’animo. Il pezzo si discosta dallo stile rock a cui eravamo abituati e probabilmente fungerà da apripista per una probabile evoluzione stilistica quasi elettronica dell’Alieno nei suoi lavori futuri.

Si prosegue con la terza gemma dell’album Ceremony ove Joe si cimenta con un’inedita Ibanez sette corde. Intenso uso del wha wha per un pezzo granitico che come si suol dire, “vale il prezzo del biglietto”. Il tutto è supportato da una prestazione alle pelli incessante e poderosa nonché dai soliti melodici e vincenti fraseggi di Satch, con un finale che davvero toglie il fiato! Il classico pezzo da riascoltare e riascoltare con il cuore che batte e l’adrenalina che scorre nelle vene.

Secret Prayer è un altro bel pezzo dove la sei corde di Joe nuovamente “canta”; brano intenso e accattivante con splendidi assoli che rievocano sonorità in stile Flyin in a Blue Dream.

Un particolarissimo intro di batteria invece fa da preludio a A Train of Angels dove, su un riffone “rock”, Joe dipinge le sue inconfondibili melodie. Sembra di sentire Joe Satriani che suona Steve Morse (o Morse che suona Satriani); poco importa onestamente: il risultato è un piacere per le nostre orecchie.

In certi momenti si potrebbe davvero chiudere gli occhi ed immaginarsi al volante di una vecchia decapottabile sulla Route 66 con una cassa di birra e una sgangherata chitarra sul sedile posteriore, con il vento che ci accarezza il viso. Pezzo sognante.

E qui, diciamolo con molta serenità, il disco potrebbe concludersi. Invece Joe appesantisce l’album con  Piece of Liquid, Psycho Monkey, Time e Z.Z.’s song, pezzi anonimi e privi del giusto pathos che purtroppo altro non fanno che gettare zavorra su un album scorrevole e godibile.

In conclusione, “Crystal Planet” non è un album memorabile in quanto si allontana parecchio dalle vette inarrivabili toccato da “Surfin with the Alien” e da “The Extremist”, vere gemme nel repertorio dell’Alieno. “Crystal Planet” resta comunque un album più che discreto, forse troppo lungo, ma da avere in quanto il talentuoso chitarrista non mente a sé stesso né tantomeno al suo pubblico. Ancora una volta ci lascia in eredità, anche se a sprazzi, emozioni e adrenalina. Certo, se poi leggi il nome di Joe Satriani sulla copertina di un disco, ti aspetti sempre che i muri tremino e il cuore palpiti senza tregua e senza sosta… ma non sempre le ciambelle riescono col buco.

Onore a Joe, maestro di musica prima che mero chitarrista. “Crystal Planet”? Forse per emozioni ancor più forti e vive occorrerà attendere qualche anno ancora.

Paolo Robba

 
70