Recensione: Cult Of A Dying Sun

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Una delle regole non scritte dei gialli o dei thriller è che, spesso e volentieri, l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. A volte per compiacersi, a volte per vedere la polizia brancolare nel buio, a volte per osservare le reazioni della gente oppure per trarre nuova forza e ispirazione per gli omicidi futuri. Gli Uada, due anni dopo il folgorante debutto Devoid Of Light, tornano appunto sulla scena e lasciano un nuovo, freschissimo cadavere che ancora una volta non mancherà di mettere tutti d’accordo con pochissimo spazio lasciato alle critiche. La band di Portland il black metal lo sa fare eccome e l’ascesa di questi ragazzi è sempre e meritatamente in aumento; in questo frangente è persino stato intasato il quartier generale della Eisenwald dai pre ordini e i vinili sono andai a ruba. Cronaca di un successo annunciato? Assolutamente si, il perché è presto detto.

Cult Of A Dying Son ha una struttura piuttosto regolare e che crediamo voluta: tre brani, un intermezzo strumentale e altri tre brani. The Purging Fire entra a gamba tesa senza introduzione alcuna e, signore e signori, gli Uada: black metal con una forte componente melodica, dai momenti ariosi sopraffini e in grado di essere associato ai più grandi titani europei per stile e perizia tecnica. Il riff portante in blast beat è letale e maestoso, la voce come sempre alterna scream e growl e le armonizzazioni sono da leccarsi i baffi; strutturalmente parliamo di un pezzo piuttosto classico e che come opener fa il suo sporco dovere. Le cose si complicano poi con la seguente Snakes & Vultures che, coi suoi quasi 10 minuti di minutaggio, permette agli Uada di sbizzarrirsi creando una composizione che per le orecchie è pura libidine. L’intensità si alza e il riff portante è in tremolo picking, semplice, urticante e fortemente evocativo; il break melodico della parte centrale è un valore aggiunto notevole e arriva a spezzare il costrutto principale con trame oniriche supportate da una sezione ritmica sempre tiratissima e furiosa. La titletrack è un altro tassello epico e maestoso, che va ad unirsi al mosaico incastrandosi perfettamente. Qui si aumenta in violenza con un riff di accordi potente e dissonante che si rincorrerà con la solita ottima melodia durante tutto il minutaggio; il ponte è violentissimo e un lungo stacco riprende poi i temi principali traghettando l’ascoltatore verso il finale della prima parte dell’opera.

The Wanderer fa un po’ da spartiacque all’interno del disco e trova la sua dimensione più sensata nella sua metà; è un brano piuttosto lungo, come tutti del resto, ma si rivela uno strumentale molto valido, acustico e dalle trame solistiche piuttosto ben riuscite. Sembra un po’ un’oasi di pace circondata dall’oscurità ed è anche la sua collocazione stessa a darle valore; altrove avrebbe reso meno.

Le ostilità ripartono con Blood Sand Ash e con la sua ottima progressione di accordi in apertura; il riff seguente ricorda quello di The Purging Fire anche se servito più basso e su un tempo ritmicamente lento. Il brano è comunque ben composto e strutturato e ogni tanto fanno capolino certi ululati vocali che, come in Devoid Of Light, danno più fastidio che altro e andrebbero totalmente eliminati dalla proposta degli Uada. Il ponte lo si può quasi definire allegro e sfocia in un crescendo che spezza la tensione tropo presto in favore di un blast beat che andava sicuramente “covato” di più. La parte melodica seguente è sempre di alto livello e i temi portanti poi si ripetono fino all’epilogo. Sphere (Imprisonment) ha un incipit ancora più simile a quello di The Purging Fire, anzi, è praticamente lo stesso riff con qualche nota cambiata; il cantato rimanda alle performance di un certo Attila Csihar e anche le progressioni di accordi iniziano ad offrire qualche deja vu di troppo. La parte centrale invece alza il livello riportando il brano a livelli più consoni e ispirati e il finale lasciato al pianoforte è una boccata d’aria fresca. Si chiude con Mirrors e il mood qui rallenta diventando sinistro ed oscuro. Il tema viene ancora una volta sfruttato poco in favore del blast beat ed è un peccato; le trame poi si fanno molto più interessanti e rendono piena giustizia all’errore iniziale. Dieci minuti intensi e con pochissimi momenti lasciati al ragionamento; le trame si susseguono e si rincorrono come schegge impazzite fino alla conclusione che avrebbe potuto essere più curata, pochi stacchi e uno sfumare quasi immediato lasciano un po’ l’amaro in bocca.

Tirando le somme, Devoid Of Light e Cult Of A Dying Sun sono due fratelli praticamente allo stesso livello. Se da una parte avevamo l’effetto sorpresa qui abbiamo una migliore maturità e una maggiore padronanza dei propri mezzi; di certo gli Uada non inventano nulla e non ci provano nemmeno, il sound però inizia ad essere personale e distinguibile. Parliamo di un album quindi di livello alto ma non altissimo, che ha come difetto principale il risultare ripetitivo verso il finale e in alcuni punti l’essere un po’ ingenuo nel songwriting. La strada intrapresa è quella giusta e siamo certi che gli Uada supereranno in maniera altissima la prova del terzo disco consegnandoci quindi il loro opus magnum; per adesso ci accontentiamo e vi lasciamo a Cult Of A Dying Sun, che sicuramente vi piacerà. Grande band.

 
80