Recensione: Curse of the Sky

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Curse of the Sky” è il debutto ufficiale per gli Iron Griffin, progetto parallelo del batterista dei Mausoleum Gate, Oskari Räsänen. Stando alle informazioni in mio possesso, Oskari si è dedicato a “Curse of the Sky” durante una pausa dalla band principale, chiudendosi nello studio di registrazione per tutto il mese di Luglio dello scorso anno. Per l’occasione, Oskari decide di cambiare la voce dietro al microfono, passando da Toni Pentikäinen – già presente sul precedente e auto-titolato EP della band – alla portentosa cantante Maija Tiljander, che registra le parti vocali in due giorni. Viste queste premesse, e considerato che lo stesso Oskari ha ammesso che “Curse of the Sky” è stato una sorta di scommessa, una combinazione di tentativi ed errori, per usare parole sue, sarebbe facile immaginare un album grezzo e per certi versi piuttosto approssimativo. In realtà… beh, è più o meno così, ma ci arriveremo tra un attimo.
Innanzitutto partiamo dalla materia prima: la proposta di “Curse of the Sky” si può definire come un hard ‘n’ heavy profondamente debitore della primissima scena NWOBHM, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, e dall’intenso afflato epico. Durante la mezz’ora che lo compone si viene infatti a contatto con mid tempo trionfali, reminiscenze folk rock, rallentamenti minacciosi, melodie solenni, arpeggi malinconici e crepuscolari e cavalcate dal piglio eroico e deciso; il risultato è un album passionale dal profumo antico, mistico e solenne, i cui colori e atmosfere riecheggiano un periodo ben preciso della storia del metallo; a sovrastare il tutto, la dimostrazione di forza della già citata Tiljander, che sfodera una prestazione a dir poco abbagliante. E qui va aperto un capitolo a parte, perché lo strapotere vocale della signorina (ma da dov'è saltata fuori?) costituisce di gran lunga l’elemento più interessante di tutto l’album, capace di fare terra bruciata intorno a sé e benedire ogni traccia con la sua voce squillante, limpida, potente e sfacciata. La sua timbrica ammaliate si rivela capace di mettere tanta concorrenza alla porta con una tenuta a dir poco sublime, a tratti insolente ma sempre sul pezzo, e sono certo che se fosse stata inserita in un album un po’ più rifinito l’avrebbe di certo trasformato in un classico immediato. Il problema è che, a parte la prova maiuscola alla voce e un amore sincero per un certo tipo di metallo epico, “Curse of the Sky” risulta penalizzato da alcuni problemi, a mio personalissimo avviso, tutt’altro che secondari. Certo, l’album è stato fatto in modo da essere grezzo, istintivo e carichissimo di pathos, ma ogni tanto si percepisce che qualcosa non va come dovrebbe. In primo luogo il bilanciamento dei suoni che, forse per avvicinarsi alle produzioni degli anni ’70 e ’80 a cui sembra continuamente volersi rifare, o magari (ma questo lo azzardo io) per far breccia nel cuore degli appassionatissimi di certe sonorità, finisce per togliere potenza un po’ a tutto. Nonostante il mio amore incondizionato per un certo tipo di metallo e, volendo essere del tutto sinceri, anche per certi suoni polverosi, devo dire che la resa volutamente retrò di “Curse of the Sky” non mi ha del tutto convinto, poiché ritengo che attenui un po' troppo l’impatto complessivo dell’album, attutendone i suoni e togliendo loro il giusto mordente. In secondo luogo le canzoni, per quanto interessanti e cariche di un'evidente passione (oltre che pervase di quel fomento che piace tanto a me) sono quasi tutte piuttosto lineari – se volessi essere cattivo direi quasi scolastiche – nel loro riproporre stilemi ormai fin troppo consolidati: abili a spandere nell’aria un certo profumo di old school ma prive di quel guizzo che le faccia uscire dalla loro nicchia e le renda davvero memorabili; la cosa dispiace non poco perché più che altro manca, secondo me, un lavoro più deciso di rifinitura delle tracce, che in alcuni casi sembrano poco più che abbozzate e nulla più; ciò rende lo svolgimento dell’album un po’ troppo altalenante, tra pezzi riusciti e coinvolgenti (“Reign of Thunder”, ad esempio, o la conclusiva “To the Path of Glory”) e altri un po' troppo naif in cui, nonostante tutto, si percepisce costantemente la mancanza di qualcosa. Considero comunque “Curse of the Sky” un buon disco: il potenziale del gruppo è sotto gli occhi di tutti, e grazie alla sua breve durata e alla voce ammaliante di Maija l'album scivola che è una meraviglia andando giù tutto d'un fiato, ma non posso fare a meno di pensare che con un po' di attenzione in più sarebbe potuto diventare davvero ottimo. Attendo speranzoso gli sviluppi futuri del progetto Iron Griffin.

 
70