Recensione: Döda Själar

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Secondo full-length per i misteriosi deathster svedesi Mylingar, "Döda Själar", la cui peculiarità che salta subito all'occhio risiede nel fatto che i testi siano in lingua madre e non nel più canonico inglese.

Un fatto apparentemente di poco conto, che invece aiuta a inspessire la cortina fumogena che nasconde al sole i segni caratteristici di una band di cui non si sa nulla, a parte le scarne note che formano la loro biografica e che, come spesso accade, dicono poco o addirittura niente.

Ovviamente il tutto è voluto, poiché gli scandinavi tentano, riuscendo, di scavare il terreno per andare a collocarsi nei più bui e oscuri anfratti dell'underground. Anzi, super-underground. Talmente underground che la musica fa quasi fatica a emergere dalle profondità della Terra, per giungere all'apparato uditivo di chi ascolta.

Produzione minimale, quindi, impastata, caotica, dall'aspetto grezzo, rifinito dalla carta di vetro a grana grossa. Il tutto per dare vita a un sound piuttosto visionario, anche se in modo semplice poiché, almeno a parere dello scriba, non delinea alcuna immagine né tantomeno paesaggio ma solo un colore: il marrone.

Il marrone della mota, delle sabbie mobili, di tutto ciò che è anti-vita. Un coagulo impenetrabile da cui schizzano fuori, come fiotti di fango, i suoni che compongono uno stile obiettivamente niente male; perlomeno se paragonato a quello del death più rozzo e involuto.

Su tutto comanda la voce (sic!) di [?], specie di mostruoso growling assolutamente monocorde ma assai aggressivo e cattivo, che incute timore per la sua vicinanza alla pura bestialità. Esso è come un nocchiero che trasporta lentamente nell'Ade le anime destinate a bruciare all'Inferno, talmente è intensa la sua trascinante energia. Naturalmente, fra sibili, versi, urla e suoni gutturali, è assolutamente impossibile discerne non solo quello che dice, ma anche il tono, con cui lo dice. Come detto, monotono nel reiterare chissà cosa. Non si sa se le chitarre siano una o due, come non si riesce a capire se il basso c'è oppure no. Quello che si percepisce appieno, invece, è il drumming. Arcaico, possente, paragonabile ai cozzi che, durante una piena torrentizia, esplodono nel terribile contatto fra acqua, fango e pietre, e la roccia.

Se ci si concentra sul sound, davvero, si precipita in qualche abisso chissà dove, perduti per sempre nello sconquasso di una musica che è anche totalmente dissonante, a tratti anche complicata e complessa.

"Döda Själar", però, affinché tutto abbia un senso, va preso esclusivamente nella sua interezza, nella sua globalità; afferrandolo per la crosta superficiale. Senza, cioè, addentrarsi nelle canzoni. Questo perché esse sono sostanzialmente uguali l'una all'altra. Tant'è che non sarebbe un'eresia considerare il disco composto da una sola suite lunga quarantuno minuti, costituita, in questo caso, da sette capitoli. Un modo per dire che, se osservato dal punto di vista della scrittura dei singoli pezzi, il tutto affonda miseramente nella medesima mota di cui si diceva più su.

I Mylingar fanno storia a sé: o si amano, o si odiano. Difficile che qualcuno riesca a intuire la realtà di una via di mezzo. Tuttavia, almeno sin'ora, anche il death metal è realizzato tramite le song. Quindi, forzatamente, il giudizio complessivo nonché finale non può che essere quello della mera, risicata sufficienza.

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 
60