Recensione: Daemon

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“Mayhem will always be Mayhem” – è con queste parole che il chitarrista e songwriter Teloch descrive il sound del nuovo capitolo nella discografia della band che più di ogni altra identifica tutto ciò che c’è dietro alla definizione di black metal. E sappiamo benissimo che quando si ha a che fare con un’icona di questo tipo, ci si porta appresso un peso inverosimile che indossa i panni di una forte responsabilità verso i fan che hanno vissuto la nascita del movimento BM in quel di Oslo e dintorni - sul finire degli anni 80 – passando per un vero e proprio boom amplificato dai tragici avvenimenti che hanno segnato in maniera indelebile non soltanto il genere ma i Mayhem stessi. Prima il suicidio del singer Dead, poi l’assassinio del fondatore e chitarrista Euronymous con conseguente incarcerazione del bassista Varg Vikernes e mentre in mezzo a tutto questo c’erano roghi che radevano al suolo moltissime chiese del Paese, altri omicidi, abusi di ogni tipo e blasfemia, il black metal non si affievoliva, ma anzi traeva linfa vitale dalla violenza che non sembrava conoscere un freno e altresì spianava la strada a nuove band, ampliando sempre più il ventre territoriale in cui venivano covate realtà che si sono spinte oltre i confini della sperimentazione, rendendo a tutti gli effetti il black metal uno dei generi musicali non solo più estremi ma più ricchi di derivazioni rispetto ad ogni altro sottogenere. Allo stesso modo, nonostante lo smantellamento dell’Inner Circle, il forte legame che tendeva a considerare trve soltanto quelle band che restavano fedeli ai più tradizionali schemi del genere e quindi una qualità audio approssimativa, strutture che non badavano alla canonica gerarchia strofa-ritornello e una forte connotazione anticristiana, suonare black metal ha cominciato a essere qualcosa di più che sfogare il proprio odio verso il genere umano.

 

In questa stessa maniera e con logici cambi di formazione, i Mayhem hanno continuato a scrivere musica e a 25 anni di distanza dal leggendario De Mysteriis Dom Sathanas, mantengono tre membri della celebre lineup che ha scritto uno dei tre pilastri del genere. Ad affiancare la sezione ritmica composta dal bassista Necrobutcher e dal poliedrico e sovraumano drummer Hellhammer abbiamo la diabolica voce di Attila Csihar, ancora una volta sorretti dalle chitarre di Teloch e Ghul, introdotti con il penultimo album intitolato Esoteric Warfare. Ormai, la necessità di sapere cosa la band sia in grado di tirar fuori dalla propria fornace è prossima all’essere soddisfatta, ma questo non significa che una volta varcata la soglia della prima canzone, non saremo più attanagliati dal timore che la band black metal per antonomasia possa aver perso il vigore d’un tempo. Si intitola Daemon ed è il sesto sigillo nella tribolata discografia di una band che era già storia ancor prima che desse alla luce il primo vero e proprio full-lenght, l’unico ufficialmente lasciato ai posteri da quella formazione che era capace di portare l’abisso infernale da questa parte del grande cancello. Dameon è un titolo che non lascia spazio a dubbi, lo stesso lo fa la bella copertina disegnata dall’italiano Daniele Valeriani, il quale descrive dettagliatamente l’oscura ferocia della musica della band, pronta per essere liberata dalle proprie catene, a cinque anni di distanza dal disco precedente e forte di ben 60 minuti che si sviluppano attraverso 12 tracce, 2 delle quali sono bonus tracks.

 

Pochi fronzoli, almeno per quel che riguarda l’opener The Dying False King, brano che mette subito in risalto la voglia di porre omaggio a un sound forgiato col sangue e cantato dalla teatrale e diabolica voce di Attila, senza dubbio una pedina fondamentale e in grado di trasformare un disco estremo in qualcosa di spiritualmente sinistro. Allo stesso modo, la successiva Agenda Ignis è capace di ergere le doti batteristiche di Hellhammer, contando sulle lancinanti note delle chitarre che disegnano le numerosi variazioni di un brano dedito a risvegliare tutti i demoni in seno alla band. Come attraverso le fasi di un vano esorcismo, le affrante parole di preghiera si scontrano alla crudeltà di un pezzo veloce come Bad Blood, senza dubbio uno degli episodi più importanti dell’intero album e fortemente collegato – soprattutto verso la metà del pezzo – al leggendario De Mysteriis Dom Sathanas. Malum assume le sembianze di un vero e proprio rituale pronto a cedere il passo a un tempo più sostenuto e che predilige il cupo tono che lo avvolge come un mantello scuro che tarpa ogni spiraglio di luce.

Non c’è soltanto molta atmosfera, peraltro in gran parte proprio creata dalla voce di Attila, ma c’è ovviamente anche la giusta dose di violenza, come nel caso delle veloci Falsified And Hated e Aeon Daemonium, due vortici aperti verso il più profondo degli incubi e affamati di anime. Worthless Abominations Destroyed è la messa nera con il più elevato tasso di bpm alla quale potrete mai assistere, un autentico inno alla genesi del black metal più tradizionalista. Una piccola sbirciatina alla tracklist e siamo appena oltre la metà del disco, con tanta voglia di scoprire cosa Daemon abbia in serbo per noi. Divoriamo rapidamente Daemon Spawn e Of Worms And Ruins, entrambe sostenute e identificabili come colonne sonore per l’inesorabile discesa nel ventre della Bestia, con quest’ultima volutamente cruda e che funge da perfetto trampolino di lancio alla conclusiva (che poi non è l’ultima traccia dell’album) Invoke The Oath. A questo punto avrete certamente notato il sottile tributo a Silvester Anfang, giusto in tempo per farci sopraffare ancora una volta da uno strascicante muro di chitarre che articolano un altro tra i picchi di un album attuale in ogni sua parte, ma che riesce a trattenere ed esprimere un’entità apparentemente congelata per 25 anni e portata fino a qui nel modo più estremo e oscuro possibile.

 

Daemon arriva sottoforma di un viaggio sinistro, malefico. La registrazione riesce nella paradossale impresa di valorizzare una sezione ritmica che non da tregua all’ascoltatore e che si fonde alla perfezione con le graffianti chitarre di Teloch e Ghul. Sopra una ispirata parte strumentale abbiamo il costante e profondo lamento di Attila, un brivido gelido che corre lungo la schiena ogni volta che le sue parole articolano e descrivono le diaboliche lyrics di Daemon. Tirando le somme non abbiamo una registrazione lo-fi come prediligono i compaesani Darkthrone, ma il tutto va a favore di una profondità sonora che accentua quell’oscuro alone che permea ogni canzone, sino alle due bonus tracks escluse, le quali invece prediligono un approccio più crudo e tradizionale. Ancora una volta i Mayhem riescono a sorprendere, andando a creare qualcosa di interiormente malvagio, così distante da quella furia malsana di Deathcrush, ma pur sempre figlio di quella violenza che è stata successivamente plasmata e toccata dal Diavolo con De Mysteriis. Allo stesso modo e con le dovute differenze rappresentate da un quarto di secolo di differenza, Daemon riesce a farti venire la pelle d’oca alla stessa maniera con cui appaga durante le sue parti più frenetiche. E’ un album fedele all’identità di una band che gode di ottima salute compositiva e spirituale, che dimostra ancora una volta come prediliga la qualità alla quantità e che sembra non curarsi di ciò che le succede attorno, ma piuttosto si concentra nel creare ciò per cui i Mayhem sono stati concepiti e che coincidentalmente è proprio quello che ogni estimatore del più puro black metal si aspetti di sentire. Un lavoro che a ogni ascolto riesce a delinearsi come il background sonoro di un mondo indescrivibile pronto a balzare nella nostra dimensione e poter così strisciare, tentare e indurre al peccato quel tanto odiato genere umano destinato ad essere maledetto per l’eternità.

 

Brani chiave: The Dying False King / Bad Blood / Worthless Abominations Destroyed

 
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