Recensione: Dark Roots Of Earth

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Quattro lunghi anni sono passati dall’uscita del tanto atteso “The Formation Of Damnation”, album del ritorno sulle scene dei Testament in formazione - quasi - originale, con il reintegro del figliol prodigo Alex Skolnick e di Greg Christian, dopo circa nove anni dal precedente “The Gathering”. Una gestazione, allora, quasi interminabile e piuttosto snervante, che in parte si è ripetuta anche per il decimo full-length del combo statunitense, “Dark Roots Of Earth”: disco annunciato già dallo scorso anno e rimandato a più riprese.

La prima significativa novità rispetto all’album precedente, dopo l’abbandono del bravissimo Paul Bostaph, è la presenza del funambolico Gene Hoglan dietro alle pelli, come ai tempi di “Demonic” e di Chris Adler nella versione per iTunes di “A Day In The Death”. La seconda - e senza dubbio più rilevante - differenza, era stata rivelata, da qualche tempo, dall’imponente e carismatico frontman Chuck Billy, il quale in un’intervista, pur rassicurando tutti sul fatto che il tipico sound dei Testament sarebbe rimasto pressoché intatto, aveva affermato che non occorre necessariamente essere metallari per apprezzare le nuove composizioni. Dichiarazione che inevitabilmente aveva fatto discutere il popolo metallico e che, nonostante non vada presa alla lettera (probabilmente sarebbe stato più calzante dire “thrasher” al posto di “metallari”…), si rivelerà abbastanza veritiera.

Fin dai primi ascolti di “Dark Roots Of Earth”, infatti, appare evidente la volontà dei Nostri di non realizzare un album per provare a ritornare nuovamente ai fasti del passato, delle primissime e acclamate produzioni da studio, come nel caso del suo predecessore (accolto comunque non sempre con toni entusiastici) e neppure alle più moderne sonorità di “The Gathering”. Piuttosto, si rivela un palese tentativo di riscoprire e rivalutare quelle che sono le loro ‘radici’ artistiche (e culturali): la musica che ha contribuito a formare e definire il proprio stile e il personale modo di intenderla e comporla; senza per questo rinnegare quanto fatto in quasi trent’anni di onorata carriera. Volontà che poteva essere intuita anche dalla presenza - fatta eccezione per l’edizione standard - di alcune cover di gruppi come Scorpions, Queen e Iron Maiden. Chi conosce a fondo la loro discografia, poi, è ben consapevole del fatto che ogni album del combo di Berkeley presenta sostanziali differenze rispetto agli altri, anche se il loro trademark è sempre rimasto riconoscibile, nel bene o nel male. Perciò, era lecito non aspettarsi un “The Formation…” parte seconda (come nel recente caso, comunque felice, di “The Electric Age” e “Ironbound” degli Overkill) e, infatti, così è stato.

Scendiamo più nel dettaglio di quest’ultima fatica targata Testament, per spiegare meglio quanto affermato sinora. Partiamo innanzitutto dal cantato di Billy che tende spesso a preferire le clean vocals (in un certo senso ‘orchesche’) piuttosto che il dominante growl cui ultimamente eravamo abituati. Questa scelta si dimostra senz’altro più convincente, poiché tornano a farsi sentire alcune delle linee vocali e dei ritornelli (memorabile quello di “A Day In The Death”) con cui, in passato, riusciva davvero a fare la differenza e a distinguersi dalla massa di emulatori. Qualità che era andata un po’ perdendosi, con quel ruggito leonino che tendeva a omologare tra loro i vari brani. Ciò, infatti, va tutto a favore di composizioni - questa volta - molto eterogenee e di conseguenza riconoscibili, che passano dal più classico degli hard&heavy o dall’US power scuola primi Savatage, Vicious Rumors o Metal Church (ad esempio la power ballad “Cold Embrace”, che sembra uscire per certi versi da uno spartito di Kurt Vanderhoof), fino ovviamente al più devastante e tagliente thrash cui in questo momento siano capaci, ricorrendo all’occorrenza perfino a sporadici blast-beat (mai troppo invadenti, comunque). Prendiamo un brano come “Throne Of Thorns”, il più lungo e atipico del lotto, quasi prog (o sperimentale) in alcuni passaggi, tra tetri arpeggi, richiami ai geniali riff carichi di groove di Dimebag Darrel e gli intrecci all’unisono delle due asce in stile NWOBHM, oppure la cupa e ‘doomeggiante’ title-track, che vanta un refrain quasi epico nella sua cattiveria, e avremo un’idea di quanto siano differenti i loro ultimi due full-length.

Non mancano, però, gli episodi più assassini, come la devastante opener “Rise Up”, che, se avesse potuto contare su un ritornello più accattivante, sarebbe sicuramente una delle migliori canzoni thrash del loro più recente repertorio. Oppure quella mazzata nei denti che risponde all’azzeccato nome di “True American Hate”, in cui Hoglan pare davvero indemoniato e la coppia Peterson/Skolnick confeziona una serie di soli e riff tutt’altro che inoffensivi. Infine la conclusiva e incalzante “Last Stand For Independence” che pare la versione speed/thrash di un brano di Riot o Agent Steel.

Non tutto, però, è realizzato ad arte, facendo calare qualche tenue ombra sul risultato finale. “Native Blood”, per esempio, pur essendo complessivamente una valida traccia, lascia qualche perplessità per un refrain caratterizzato dalla ‘dissonanza’ tra la melodica linea vocale e il poderoso blast-beat: sebbene tenda a imprimersi immediatamente in testa, dopo i primi ascolti si rivela un po’ troppo easy e deboluccio. Non del tutto convincente anche “Man Kills Mankind”, che ci riporta ai tempi di “Practice What You Preach” o le melodie di “The Ritual”, ma, purtroppo, anche in questo caso, sembra mancare un po’ di mordente, quel quid in più.

“Dark Roots Of Earth”, quindi, non è l’album che i thrasher più ortodossi si sarebbero aspettati e non tutti gli episodi in esso contenuti convincono appieno: non è perciò un capolavoro, eppure, se le care e vecchie sonorità classicheggianti sono il vostro pane quotidiano e riescono a smuovervi dalla seggiola, con buona probabilità non finirà per deludervi. Anche la confezione vale l’acquisto, in tutte le varie edizioni, bella poi la copertina e assolutamente valida la produzione, che rende gli strumenti granitici, senza voler strafare e riesce pure a mettere in risalto il buon lavoro al basso di Christian.
Insomma, bentornati Testament!

Orso “Orso80” Comellini

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Tracce:
1. Rise Up 4:18
2. Native Blood 5:21
3. Dark Roots Of Earth 5:45
4. True American Hate 5:26
5. A Day In The Death 5:38
6. Cold Embrace 7:46
7. Man Kills Mankind 5:06
8. Throne Of Thorns 7:05
9. Last Stand For Independence 4:43

Durata 51 min. ca.

Formazione:
Chuck Billy – Voce
Eric Peterson – Chitarra
Alex Skolnick – Chitarra
Greg Christian – Basso
Gene Hoglan – Batteria

 
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