Recensione: Dawn Of Possession

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Altro capitolo dei primi anni '90 destinato ad essere ricordato come un classico del Death Metal. I detrattori di questo esordio attribuiscono la sua 'fortuna' al fatto di essere figlio della sua epoca; un album, insomma, che se pubblicato qualche anno dopo sarebbe passato nel più completo silenzio. Una visione un tantino riduttiva, che non tiene conto della rottura che proposte come queste hanno significato; del salto mentale che in quegli anni era necessario fare per concepire un simile lavoro, parecchio 'ripulito' dalle influenze Thrash che ancora si insinuavano in quasi tutti i platter Death. Quindi un album che ha contribuito a definire ulteriormente i canoni di uno stile, e che ha messo in musica atmosfere nuove; quel che oggi sarebbe facile interpretare come una chiusura a riccio, in quel '91 era invece da intendersi come (a suo modo) una notevole apertura.

Intro e intermezzi sono elementi a cui quest'album non lascia spazio. Si parte ben più diretti, con il classico "Into Everlasting Fire". Il cantato bassissimo di Ross Dolan, ereditato in parte dalla scuola di Dave Vincent, si amalgama alla perfezione col tappeto chitarristico continuo e possente di Robert Vigna e Thomas Wilkinson; questa è la prima sensazione percepita.
Ma le derivazioni non si fermano al solo cantato. Rimanendo sull'opener troveremo un lungo stacco centrale di palese ispirazione "morbidangeliana", forse solo più lineare. E' evidente che il vero salto era già stato fatto da altri, eppure Dawn Of Possession si spinge ancora più in là, estremizzando la formula di partenza e puntando sull'esclusività delle atmosfere generate: tutt'oggi, dopo 13 anni dalla pubblicazione, sono pochi i lavori che sono riusciti a eguagliare la capacità di questo classico di suonare cupo e possente.

A livello prettamente stilistico gli Immolation puntano sulla semplicità: nonostante le notevoli doti di Craig Smilowski (batteria), questi elimina quasi tutti i fronzoli e le futilità, o meglio, inserisce i passaggi più impegnativi con molta discrezione. Gli unici cambi contemplati nel sound sono quelli da parti veloci a parti lente, peraltro senza destinare a ciò il passaggio da una determinata atmosfera all'altra. C'è notevole continuità nel modo in cui il gruppo, anche là dove decide di picchiare, non si lascia mai andare a soluzioni caotiche. A queste preferisce sempre un riffing mirato, forse un po' ripetitivo alla lunga, ma sicuramente efficace per dare consistenza al concept suggerito da cover e testi. Dunque non sono solo i mid-tempos di "Those Left Behind" e simili a fare la differenza, ma il platter preso nella sua totalità, senza esclusioni. E fino ad arrivare a quel che per me è il culmine: la stupenda "Immolation".

Gli Immolation hanno visto nella loro carriera episodi ancora più felici, ma questo Dawn Of Possession ha un valore aggiunto che a questo punto è inutile spiegare. Si torna sempre sullo stesso discorso, della definizione di stili e della freschezza in relazione all'anno. A livello personale penso che chi inizia ad avvicinarsi al Death Metal dovrebbe partire da capisaldi come questo, per quanto possano essere di difficile assimilazione. Dawn Of Possession, come ogni classico che si rispetti, è un lavoro al quale ci si affeziona col passare del tempo; tutt'oggi inoltre gli acts che prendono ispirazione da queste tracce sono ben più di quanti si possa immaginare (per esempio gli acclamatissimi Nile, stando alle loro dichiarazioni). Una manciata di considerazioni che spero possano convincervi a colmare l'eventuale buchino sul vostro scaffale porta-cd.
Matteo Bovio

Tracklist
01. Into Everlasting Fire
02. Despondant Souls
03. Dawn Of Possession
04. Those Left Behind
05. Internal Decadence
06. No Forgivenesss (Without Bloodshed)
07. Burial Ground
08. After My Prayers
09. Fall In Disease
10. Immolation

 
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