Recensione: Dead Cross

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Ogni tanto, anche se col passare del tempo episodi di questo tipo stanno diventando sempre più sporadici, il nostro genere preferito sfoggia qualche genialata che spunta dal nulla e brilla di luce propria, mandando a casa ben più sonanti proclami e ben più blasonate e starnazzanti realtà. E’ il caso di questo bel dischetto che dura sui ventisette minuti scarsi e sembra quasi uno scherzo, ma andiamo con ordine. Il progetto Dead Cross nasce qualche tempo fa dalle menti di Justin Pearson e Gabe Serbian dei The Locust (band assolutamente da approfondire); aggiungiamo anche Mike Crain e un poco conosciuto Dave Lombardo e il gioco è fatto. Poi la ruota del tempo gira e le epoche si susseguono, lasciando ricordi che divengono leggenda: Gabe Serbian lascia il progetto e viene annunciato Mike Patton. La recensione potrebbe anche finire qua perché Mike sembra un po’ lo spot della Barilla: “Dove c’è Mike c’è casa”.

Prendiamo quindi un genere ortodosso, in questo caso l’hardcore, facciamolo suonare da gente che non ha nulla da dimostrare a nessuno, mettiamo un genio alla voce e il gran disco è servito. Il debutto dei Dead Cross dimostra a ancora una volta che per fare buona musica bastano buone idee, senza per forza cadere in bislacchi esercizi di stile o in turpiloqui fini a se stessi. Dieci canzoni strutturalmente semplici che si susseguono come schegge impazzite, partiture velocissime e brutali, una buona dose di nonsense e ci troviamo a parlare di un gran bell’exploit. I quattro musicisti sono qui in stato di grazia, l’ispirazione è notevole in praticamente tutte le tracce e il disco è suonato da gente che si è divertita a registrare tutto ciò e diverte a sua volta. Nel calderone sono inserite camionate di influenze, stili vocali e ritmiche: hardcore, thrash, rock’n roll, ce n’è per tutti i gusti. I brani convincono anche quando si rallenta: le atmosfere horrorifiche di Bela Lugosi’s Dead, quelle più cinematografiche di Gag Reflex e la conclusiva Church Of The Motherfuckers si inseriscono perfettamente e non stufano affatto l’ascoltatore. La breve durata svolge un ruolo importante specialmente in sede di valutazione: Dead Cross è un disco che non stanca praticamente mai e lo si può ascoltare diverse volte di fila rimanendo sempre appagati e con un sorriso a trentadue denti o qualcuno in meno se avete tolto i denti del giudizio. E’ anche sufficientemente stratificato e, a livello di finezze impiegate, si lascia scoprire piano piano e molto volentieri. La produzione è potente e sporca e dà il giusto peso al genere proposto; segnaliamo solo la linea di basso che avrebbe potuto godere di miglior fortuna, ma tutto sommato ci siamo. Un plauso particolare ovviamente alla prestazione di Mike Patton, che è quella che dà l’impronta all’intero progetto rendendolo memorabile e, per la cronaca privo di difetti rilevanti. Nonostante la sua immensa e inesauribile personalità, qui riesce nel difficilissimo intento di non soffocare tutto e si mette sempre al servizio del pezzo dando modo a tutti i brani di emergere, respirare e divenire grandiosi.

Se siete amanti delle sonorità bislacche e conoscete un minimo le personalità dei musicisti coinvolti nel progetto, non fatevi assolutamente scappare Dead Cross! E’ uno dei migliori dischi usciti quest’anno ed è un’opera tanto concisa quanto ricca di idee e contenuti, che ha molto da dare e vi divertirà per molti e molti ascolti. Segnaliamo anche la geniale trollata del booklet che non esiste: il cartonato del cd si illumina e si svela solo al buio! Detto questo, speriamo che questi quattro ragazzoni ce ne facciano un altro, perché altrimenti sarebbe un gran peccato. Imperdibile.

 
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