Recensione: Dead Shores Rising

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Quando una band è preceduta da ridondante un battage pubblicitario, spesso le attese di essere di fronte a dei campioni vengono deluse. Non si sa se sia una regola non scritta, oppure, semplicemente, il fatto che i migliori non abbiano bisogno di presentazioni. Al contrario più se ne scrive più ci si aspetta, e maggiori sono le probabilità di essere delusi.

Con i nuovi assi del death metal tedesco, i Deserted Fear, la verità è, come molte volte accade, situata nel mezzo. "Dead Shores Rising" è il terzo album in carriera dei Nostri e, seppur lungi da essere un capolavoro, è un'opera più che dignitosa, meritevole comunque di attenzione per i suoi contenuti non sempre così banali.

Il death metal del terzetto della Turingia non ha nulla di particolarmente innovativo. È tuttavia un buon death metal moderno, espressione della propria ortodossia nel terzo millennio. Nel senso che, pur essendo ricco di flavour old school, esso identifica ciò che possa essere definito death metal e... basta. Uno stile semplice, asciutto ma lineare, ben definito e adulto. Che può essere preso ad esempio per manifestare con esattezza e precisione quel siano i contenuti del death metal nel 2017. Da intendersi sia come musica, sia come testi. Entrambe piuttosto sobrie, invero.

Esattamente come i Deserted Fear, epigoni di un modo di porsi del tutto naturale, senza forzature, addirittura sommesso. Quasi che l'attività promozionale della Century Media Records sia stata un po' fuori luogo. Del resto la label non è l'ultima arrivata e quindi non ha fatto altro che cercare di svolgere al meglio il suo mestiere. Rischiando, però, di bruciare in anticipo il combo di Eisenberg. Il quale, come già evidenziato, probabilmente non passerà alla storia per aver combinato chissà cosa.

Anzi.

Con ciò non bisogna scivolare nell'errore opposto, cioè quello di considerare "Dead Shores Rising" una mera operazione di routine, commercialmente ineccepibile ma priva di sostanza. I Deserted Fear suonano assai bene, hanno un approccio ragionato, al death metal, ed eseguono le varie song senza strafare o incartarsi in territori a loro non idonei. Pestano il giusto - invero abbastanza, vanno veloci il giusto, i riff sono granitici al punto giusto; inseriscono con pari equilibrio un po' di melodia ('Open Their Gates') e d'inserti rifiatanti ('Intro', 'Interlude'). Tutto perfetto, insomma. Pure i (rari) blast-beats sono elargiti con parsimonia ed eseguiti senza alcuna sbavatura ('The Carnage').

Il problema è che, più o meno, è tutto preventivabile a priori. Scorrendo i brani, già in corrispondenza di 'Corrosion of Souls' si sa già come sarà il resto del platter: i Deserted Fear hanno deciso in partenza il loro modus operandi con la doppietta 'The Fall of Leaden Skies' / 'The Edge of Insanity' e, da esso, non si schiodano nemmeno a morire. Tanto è vero che i due veri momenti davvero emozionanti coincidono con le due brevi tracce strumentali più su citate.

Pur proponendo qua e là qualche spunto interessante ('Face Our Destiny'), i Deserted Fear hanno innegabilmente il difetto di essere troppo scolastici e prevedibili. Dalle ritmiche ai soli. Dal songwriting all'esecuzione. Dal mood al disegno di copertina. 

Senza infamia né lode, insomma.

Daniele D'Adamo

 
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