Recensione: Death Is Not Dead

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“Death Is Not Dead” è un disco romantico, adatto come sottofondo per una cenetta al lume di candela in cui potrete sciorinare ogni tipo di dichiarazione e non. I The Crown sono una delle migliori band che la scena svedese abbia mai partorito: dischi come “Deathrace King”, “Possessed 13” e il monumentale capolavoro “Crowned In Terror” sono biglietti da visita impossibili da ignorare.

Sono passati quattro anni dal discreto “Doomsday King” e i Nostri appaiono molto più in palla, ispirati e più brutti, sporchi e cattivi (gran film, guardatelo...) che mai. Tempo quindi di fare sedere la vostra amata e servire le prime portate!

“Reign” è un intro abbastanza anonimo da cui si può tranquillamente prescindere; presto però arriva un tris di antipasti in grado di mettere subito in chiaro le cose. “Headhunter”, che è anche il primo singolo dell’album, parte in quarta con tutte le adorabili carte che la band è in grado di giocare: un sound abrasivo, da strada, un death metal di vecchia scuola con fortissime tinte rock’n’roll in sede di riffing e la voce di Johan che è il migliore ‘all you need is love’ che si possa trovare in circolazione. “Iblis Bane” impiega più o meno tre secondi a spiegare che non è una lontana parente di “Inis Mona” e c’entra col folk tanto come Burzum col reggae. Il riff in tremolo picking sa di altri tempi e le cavalcate in doppia cassa aumentano la digeribilità e anche i piatti sul tavolo fanno headbanging come schegge impazzite.

C’è bisogno ora di un lentaccio, uno spartiacque che possa mettervi in condizione di prendere la mano della vostra amata e guardarla negli occhi. “Eternal” capita quindi a fagiolo e potete giurare tutto l’amore eternal che volete. La cover, estrapolata da “Gothic” dei Paradise Lost, è interpretata piuttosto bene ed è posta in un buon momento nella tracklist.

Il tempo per prendere fiato è poco e presto arriva un altro tris, questa volta di primi, iniziato da “Struck By Lightning”. “Death Is Not Dead” è un ritorno, un omaggio alle sonorità anni ’90 e non finisce mai di rimarcarlo; la cosa meravigliosa è che funziona anche in frangenti più articolati come questo. Il pezzo passa attraverso diversi momenti in maniera egregia e senza mai stancare; stupisce come ogni traccia del disco abbia almeno un bridge più che azzeccato e assoli uno migliore dell’altro. “Speed Kills (Full Moon Ahead)” va ai mille all’ora e ha un riffing devastante; poco più di tre minuti di pura libidine. “Herd Of Swine” non si discosta di un millimetro dalle coordinate finora proposte e risulta goduriosa quanto le portate precedenti.  

La cenetta prosegue serena, pacata e zeppa di cuoricini, ma non c’è ancora tempo per effusioni più approfondite. I secondi sono due, per la precisione “Horrid Ways” e “Ride To Ruin” e vengono serviti rigorosamente al sangue; la prima davvero devastante e con un tiro irresistibile, la seconda con un piglio più rock’n’roll e altrettanto riuscita. Buono il finale melodico. Due chiacchiere prima del dolce con “Meduseld” in sottofondo non fanno male, anzi. Il brano è strumentale e arrangiato benissimo; porta la mente ai tempi andati in cui uscivano perle come “Dialogue With The Stars” degli In Flames e altra roba da goccioloni agli occhi. Per una lunga serie di motivi non siamo a quegli apici, né a livello compositivo che emozionale, ma pezzi del genere sono ancora piacevoli e graditi. Il dessert, “Godeater”, conclude quindi la normale tracklist e si rivela un budino un po’ anonimo. Se il tutto si fosse concluso con “Meduseld” il disco non ne avrebbe di certo risentito.

Decidete voi ora se prendere o no il caffè, l’ammazza caffè, il formaggio e la frutta. Due sono le bonus tracks dell’edizione in digipack: la prima, “We Come In Piece (Piece By Piece)” che non è proprio niente di speciale e la seconda che è una cover ben riuscita di “Agent Orange” dei Sodom, da assaporare mentre sbucciate un’arancia.

Potete ora dedicarvi a ogni tipo di effusione perché la cena è sicuramente riuscita; non importa come avete cucinato, la parte del leone l’ha fatta la colonna sonora: come si fa a non amare i The Crown? Musicisti grandiosi, onesti e che suonano con gusto e cuore; l’invenzione sta ovviamente altrove, ma quando qualcosa di cannibalizzato fino al parossismo viene suonato da questi ragazzi si sente e sono perfettamente distinguibili. Non è cosa da poco, bentornati!

Gianluca Fontanesi

 
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