Recensione: Decahedron

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Dal Cantone deputato al «compito storico di interpretare la cultura italiana nella Confederazione elvetica» (Preambolo della Costituzione della Repubblica e Cantone Ticino) giunge “Decahedron”, debut-album dei Kupid’s Curse. Che, nati a Bellinzona nel 2007, avevano sin’ora dato alle stampe un solo lavoro e cioè l’EP “A New Beginning” (2009).

Un’esperienza ridotta, quindi – perlomeno in sala di studio – , che non traspare invero mai, dalle dieci tracce del full-length. Rispetto a qualche lustro fa, infatti, pare proprio che oggigiorno i musicisti maturino prima, riuscendo pure in verde età e con un retroterra culturale ancora acerbo a scrivere del buon metal. Estremo, in questo caso.   
Ecco, a voler trovare subito un difetto, si può obiettare ai Nostri di dare l’idea di essere ancora un po’ indecisi sul percorso artistico da intraprendere definitivamente. “Decahedron” è difatti inzuppato quasi pariteticamente da almeno due generi distinti: black e death(core) (con, in più, parecchie strizzatine d’occhio al gothic...). Ciascuno facilmente individuabile, ciascuno facilmente sovrapponibile se non in tutto in buona parte – per importanza – all’altro. Nonostante ciò l’ascolto attento dei brani rileva, a lungo andare, una personalità robusta e concreta, raffigurabile in uno stile comunque piuttosto definito e costante al passare delle canzoni.

Canzoni che, volendo proprio scegliere una tipologia musicale, sono spesso e volentieri inframmezzate dai quei durissimi, massici breakdown così tipici della famiglia *-core. Rimandando in tal modo i Kupid’s Curse, appunto, al deathcore, seppur pesantemente ‘imbastardito’ dal black e dal gothic. Come si può evincere dalla riottosa “The Blight”, a parere di chi scrive potenzialmente individuabile come emblema dello stile (definitivo?) del combo svizzero. Cioè, toni cupi a volte addirittura drammatici, sound sferzante, oscure melodie non troppo preminenti, qualche orchestrazione ogni tanto, ritmo che spazia – fra uno stop’n’go e l’altro – dai mid-tempo ai blast-beats. Bravi e affiatati i chitarristi, che innalzano verso un cielo plumbeo il caratteristico muro di suono eretto dalla ragnatela dei granitici riff, impreziositi da lucenti soli e morbidi arpeggi. Così come bravo è il vocalist, a suo agio sia con il growling, sia con lo screaming e, nondimeno, con il timbro stentoreo del thrash-style.       

E sono proprio le canzoni a lasciar intravvedere un potenziale tecnico/artistico di tutto rispetto. Come per lo stile, manca ancora un poco di regolarità, ma sono più d’uno gli episodi degni di menzione. Già l’opener, “Corrupted”, si presenta bene con i suoi caratteristici ‘colpi di pianoforte’ a sottolineare l’opprimente epicità dell’atmosfera. Delle orchestrazioni s’è già scritto, particolarmente efficaci e coinvolgenti in “Foreboding Visions” e nella stupenda “A Dreamless Machine”; con la suite finale “Lunar Mutation”, assai intensa emotivamente, ben capace di materializzare l’orrore narrato con la stupefacente mutazione uomo/licantropo. Una song che, inequivocabilmente, mostra il talento compositivo di Jack e compagni, capaci di far vibrare, con la musica, le corde più nascoste dell’anima. Il resto del platter è sicuramente oltre la sufficienza, ma appalesa alcuni momenti meno coinvolgenti e quindi più anonimi.   

C’è quindi un buon margine di miglioramento in tutti i sensi, per i Kupid’s Curse. “Decahedron” è un’opera di per sé già interessante ma che, in taluni frangenti, presenta dei vuoti che, per la bontà di tanti altri scorci, potranno essere facilmente riempiti via via che crescerà allenamento ed esperienza.

Buona la prima!

Daniele “dani66” D’Adamo
 

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