Recensione: Decay Of Civilization

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Attivi dal 2015, i nostrani Akroterion hanno da poco presentato il loro secondo album, il quale ha il compito di seguitare il disco d’esordio del 2016. Decay Of Civilization è un prodotto davvero molto interessante, un album compatto che dispensa 7 brani estremamente personali, 7 peccati capitali che indossano l’ombra dell’equinozio d’autunno, il 21 settembre, data della uscita ufficiale. Il trio, composto da Skrat (voce), BP Gjallar (chitarra, basso e synth) e Francisco Verano (batteria), non si limita a disseminare violenza grezza nel più tipico stile black metal, ma mescola con sapienza influenze tipicamente thrash vecchia scuola, punk e addirittura progressive, come per la canzone di chiusura The Gift Of Lady Death, di certo la più evocativa traccia dell’intero album, seppure non la più rappresentativa.

 

Pigiando il tasto “play” sul nostro lettore veniamo investiti sin da subito dalla forza sonora del trittico, mentre l’umore cupo e ruvido delle prime note invade il nostro cervello e ci trascina giù in quell’angolo oscuro di una landa desolata che trova conforto soltanto nella decadenza di tutto ciò che le sta attorno. Neanche il tempo di prendere confidenza con la direzione che la band sembra intraprendere, con i primissimi secondi dell’opener Initiatory Death che sembrano tributare onore e gloria ai tempi d’oro del black norvegese (in particolare “Freezing Moon” dei Mayhem) che la band parte per la propria strada, un sentiero fatto di uno scream ancestrale, gelide note e ritmiche serrate, con un sorprendente spazio per tratti più melodici e cavalcate thrash. Tutto questo in un solo brano, nella prima canzone di questo piccolo scrigno infernale di poco più di mezz’ora di durata. Segue Blood Libet e dimostra come gli Akroterion riescano ad essere camaleontici, ampliando il proprio spettro compositivo, attraversando i confini del metal oscuro e fondendo sonorità di estrazione solitamente agli antipodi. Red Dawn Under A Chemical Sky non si limita a mescolare le carte in tavola, ma rovescia proprio il tavolo. Una furia cieca che pare salita apposta dall’oltretomba, un incessante blast beat che, nel caso non sia già successo, ti strappa la testa dal collo. Soul Corruption torna sul discorso melodico, con un granitico mid-tempo reso ancora più vigoroso dall’utilizzo di tappeti di fondo che ne enfatizzano l’aspetto misterioso. Ciò che merita un capitolo a parte è Brains, una galoppata punk che sa di jeans strappati in modo esagerato, creste colorate e catenacci che penzolano da giubbotti di pessima fattura. Potrebbe essere la colonna sonora ideale di un “Trainspotting” ancora più violento ed anche se il black metal (e parte del metal stesso) si è trovato ad attingere dal calderone delle prima ondata di punk rock music, su un disco black metal (contemporaneo) non lo vedo del tutto a suo agio. Fortunatamente torniamo su binari più tradizionali con la title-track Decay Of Civilization, la quale ha il compito di farci dimenticare il cameo della canzone precedente. C’è angoscia, rabbia, l’aggressività di chi vuol far esplodere le proprie emozioni più violente e ci si addentra verso l’epico finale di The Gift Of Lady Death, una melodica e malinconica nenia che nonostante sia così lontana dall’etichetta che spesso affibbiamo ad un album black metal riesce ad innalzare il valore globale del trio italiano.

Decay Of Civilization è un interessantissimo lavoro che trasuda passione, competenza e dedizione. Non è mai scontato e riesce a sorprendere l’ascoltatore anche in maniera eccessiva, attingendo da una risma di sfumature ampia come pochissime altre band hanno mai fatto prima, soprattutto in ambito black. Vale di certo la pena ascoltarlo, ma va fatto nel modo giusto, cercando di capire il significato di un sound così metamorfico, altrimenti incomprensibile a un ascolto distratto. Questo vale per tutte le canzoni, esclusa The Gift Of Lady Death. Sì, perché quella è un capolavoro.

 

Brani chiave: Initiatory Death / Red Dawn Under A Chemical Sky / The Gift Of Lady Death

 
70