Recensione: Deceptis

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Si chiamano Avslut, sono svedesi, incazzati e suonano black metal. La recensione potrebbe iniziare e finire qui nel senso che, effettivamente, è ciò che questi bifolchi ci propongono, ma risulterebbe eccessivamente stringato senza dare il giusto responso a questo buon album d’esordio.

Formatisi nei sobborghi di Stoccolma nel 2016, con alle spalle un solo EP dal titolo Vanskapt, finalmente nel 2018 vede la luce (o le tenebre, a voi l’ardua sentenza) il loro primo full length Deceptis, un lotto di nove tracce schiacciasassi intrise di odio, misantropia, depressione e miseria.
Il primo impatto lo abbiamo con la copertina, davvero molto bella, che riassume la discesa inesorabile negli inferi che l’ascoltatore sta per affrontare e durante la quale incontrerà sensazioni di disperazione e angoscia senza mai vedere uno spiraglio di luce.

Il lavoro, come di consueto quando si tratta di band che escono per la francese Osmose, è prodotto in maniera impeccabile, i suoni sono potenti e ben definiti, dando la possibilità anche all’ascoltatore più esigente di poter assaporare ogni passaggio e fraseggio di chitarra, o i blast più selvaggi con la costante voce di C. (Christian Jönsson Baad, ex Ascendancy, ex Opacity) che invoca male e sofferenza accompagnati dalla doppia cassa che spara più proiettili di Schwarzenegger in Predator.
Nessun intro, niente futilità, Deceptis parte subito indiavolato con Pestilens e il drummer O. (il giovane Oscar Krumlinde) che spinge sull’acceleratore spettinando pure un calvo, cosa costante durante tutto il platter; sono davvero rari infatti i rallentamenti e, quando presenti, non c’è neppure il tempo di accorgersene perché, tempo pochi secondi, ci si ritrova nel bel mezzo di una bufera di blast, doppia cassa e urla lancinanti.

Le chitarre tessono trame melodiche e deprimenti, come da copione, trasportando la mente al settimo cerchio dell’Inferno, quello dei violenti, collocandoci a braccetto con omicidi, bestemmiatori, usurai e sodomiti.
Non c’è via di scampo alcuna e, arrivati a metà del disco, Martyrium ribadisce il concetto, song manifesto dell’intero album: chitarre affilate come cesoie, double bass a iosa e melodie depressive ma fiere.

La chiusura del disco spetta a due tra le più belle tracce del lavoro, Terra Mater, nella quale i nostri  sfogano la loro rabbia tra parti più rallentate e accelerazioni ricche di groove, strizzando l’occhio alle death metal band conterranee, e Avslut, che inizia lenta e malinconica come un epitaffio per poi diventare un inno epico al maligno.
Deceptis non fa gridare al miracolo, ma è un buon album che contiene nove tracce di black/death metal di puro stampo svedese, con una perfetta combinazione di parti atmosferiche, feroci e groovy. Per tutti i fan di Watain, Dissection e Nordjevel: questi Avslut sono davvero da tenere sott’occhio, ne sentiremo ancora parlare.

 

 
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