Recensione: Decision Day

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A tre anni di distanza dal discreto “Epitome Of Torture”, torna l’inossidabile Thomas Such, aka Tom Angelripper, con la sua primaria creatura Sodom. Diviso ormai a tempo pieno tra questi ultimi e il suo personale progetto birrafondaio Onkel Tom, nato quasi per gioco per allietare la tarda serata di festival teutonici come il Wacken, ma negli ultimi anni sempre più impegnato anche fuori dai confini della madrepatria, il buon Zio Tom non perde un colpo e si ripresenta all’attenzione dei fedelissimi fan con “Decision Day”, quindicesimo album sulla lunga distanza.


La prima cosa a saltare all’occhio è senz’altro la copertina. Impossibile non riconoscere lo stile di Mr. Snaggletooth, Joe Petagno, qui autore di una versione adattata ai Sodom del celebre mostro icona. Come se i Nostri avessero voluto autoinvestirsi quali eredi del compianto Lemmy. Oppure potrebbe trattarsi di un semplice tributo. In effetti Angeripper e soci non hanno mai nascosto la propria ammirazione per i Motörhead e il loro leader carismatico e, guardando alla lunga carriera dei Sodom sempre all’insegna di una ferrea coerenza stilista, certi accostamenti non sono poi tanto campati in aria. Dal punto di vista stilistico, infatti, “Decision Day” continua a portare in sé il trademark del gruppo e si colloca perfettamente in linea con le due precedenti release, bilanciando in maniera calibrata l’innata aggressività del gruppo con melodie cupe e talvolta pervase di una certa epicità quasi autocelebrativa. Come nel caso del ritornello di “In Retribution” e “Vaginal Born Evil”


Da sottolineare ancora una volta l’impressionante lavoro di Bernemann, per freschezza e efficacia. Al fianco di Angelripper ormai da vent’anni, il brizzolato chitarrista si conferma una micidiale macchina sforna riff. Preciso dal vivo e molto vario e ispirato su disco. Arrivati a questo punto della sua carriera è più che doveroso riconoscerne l’importanza nell’economia del gruppo. Fin troppo spesso, infatti, si tende a identificare la band con il proprio leader e si finisce col sottovalutare l’operato di un membro il cui contributo va ben oltre il normale gregariato. Più modesto, invece, quello di Markus “Makka” Freiwald, al suo secondo disco con i Sodom. Non che si chieda lui di fare tanto di più del classico tupatupa forsennato, specie nei momenti più tirati, ma talvolta potrebbe davvero osare qualcosa in più negli stacchi e nelle ripartenze oppure nei passaggio più cadenzati. Finisce per sembrare più un valido turnista che un membro a tutti gli effetti della band.


Musicalmente ci troviamo dinnanzi a un buon disco, con tracce ben distinte e arrangiamenti sempre piuttosto vari. Purtroppo, però, non sempre le soluzioni adottate risultano vincenti. Si sfiora quasi il grottesco, per esempio, con il ritornello del brano scelto come singolo: “Caligula”. Se lo scopo era quello di creare un refrain che rimanesse in testa fin dal primo ascolto, missione compiuta, ma a conti fatti è tutto tranne che memorabile e forse non coinvolgerebbe neanche granché il pubblico in sede live. E se è vero che alla lunga si finisce per abituarcisi è anche altrettanto palese che è un po’ come l’effetto che si prova quando viene somministrata l’anestesia locale… Ma è un po’ tutta la parte centrale del disco a non convincere fino in fondo. Per fortuna quasi sempre Bernemann è riuscito a metterci più di una pezza, evitando così che la barca facesse acqua. È un peccato, perché l’album inizia nel migliore dei modi con un pezzo spaccaossa come “In Retribution”, che mieterà senz’altro vittime dal vivo. Maestoso il bridge centrale prima del bell’assolo di chitarra. Sezioni che ci regalano uno dei momenti migliori dell’album. Micidiale anche “Rolling Thunder”, impreziosita da un bell’arpeggio da pelle d’oca e “Who is God”, in virtù di un buon riffing insidioso. Mentre più anonima la title-track. Senz’altro più ispirata “Belligerance”, caratterizzata dal netto contrasto tra la strofa cadenzata e l’assalto all’arma bianca prima del ritornello. Qui, finalmente, anche Makka dà libero sfogo alle proprie pulsioni e il risultato è devastante. Un paio di trovate assassine elevano anche “Blood Lions” dalla sufficienza e “Sacred Warpath” si conferma un brano all’altezza del moniker. Chiudono in bellezza l’aggressiva “Refused To Die” e la bonus track “Predatory Instinct”, presente solo in alcune versioni, tra cui quella destinata al mercato Giapponese. Brano che finisce per non essere un semplice filler, ma uno dei migliori pezzi dell’album. Strano che i Nostri non abbiano scelto di inserirlo a discapito di qualche altro episodio superfluo. 


In conclusione “Decision Day” fa il suo sporco lavoro, come da tradizione. Rimane il rammarico per il fatto che i Sodom abbiano abbandonato i brani più scanzonati in stile hardcore/motörheadiano come le varie “Ausgebombt” o “Bombenhagel”, che un po’ tutti si aspettano di trovare su un disco del trio originario di Gelsenkircher. Così come lascia un po’ l’amaro in bocca l’aver relegato la loro tipica cattiveria e ferocia, a tratti riscontrabile tutt’oggi, solo ai pezzi più veloci. Ma d’altra parte è ormai da dopo “M-16” (2001) che i Nostri hanno limato la propria verve e animosità.

 

 

 
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