Recensione: Defying Gravity

inserito da

A distanza di tre anni dal precedente “The Stories We Could Tell”, ecco riapparire i Mr. Big, il supergruppo hard rock costituito da Eric Martin alla voce, Paul Gilbert alle chitarre, Billy Sheehan al basso e Pat Torpey alla batteria. Il nuovo album della band statunitense, “Defying Gravity”, registra, tanto per cominciare, un ritorno a bordo. Quello del produttore Kevin Elson, che aveva realizzato con loro gli storici lavori degli anni ottanta/novanta. C’è anche, però,  una parziale, forzata defezione: il citato batterista Pat Torpey, infatti, a causa del morbo di Parkinson, ha potuto suonare solo una parte del disco, ed è stato nella maggior parte delle incisioni sostituito da Matt Starr.
Il gruppo racconta che le sessions per il nuovo CD sono state fulminanti: appena sei giorni di registrazioni in studio per catturare un umore live ed uno spirito molto vicino agli album degli esordi.
Il risultato finale, però, raggiunge solo in parte l’obiettivo di far nascere un’opera qualitativamente paragonabile ai platter degli esordi.

Vediamo perché.

Il disco si apre con tre proiettili di hard rock grintoso e tirato. “Open Your Eyes”, per cominciare, ha un bel groove trainato dal basso e dalla chitarra. E’ un brano aggressivo, ma che a volte sembra correre senza una direzione precisa.  Sulla stessa falsariga si colloca “Defying Gravity”, caratterizzata da un’ascia che innerva gradevolmente tutto il percorso sonoro della canzone, che però è più accattivante e, per verti versi, "allegra" nel cantato. Una buona traccia, ma che pure dà l’impressione di non essere perfettamente a fuoco, almeno se paragonato alle hit del passato. “Everybody Needs a Little Trouble” è ancora un brano tirato, con sfumature più negroidi e “funkettone”.

Dopo questo inizio dal ritmo sostenuto, i Mr. Big tirano il fiato con “Damn I’m In Love Again”; semiballata acustica graziosa e, finalmente, dotata di una maggiore freschezza. Il ritmo risale subito con la dinamica “Mean to Me” e da questo momento, le cose vanno ancora molto meglio.  “Nothing Bad (About Feeling Good) ” è, difatti, una  ballata "semi-elettrica " elegante e melodicamente ben costruita, mentre “Forever and Back” e “She’s All Coming Back to Me Now” ci fanno  respirare in qualità di canzoni rock ben costruite  e solari, rammentando – senza uguagliarli - come certi hit del passato.

“Defying Gravity” si chiude con la tripletta “1992” (rock gradevole, sinuoso e nervoso), “Nothing At All” (sulla stessa scia della precedente, ma più orecchiabile) e Be Kind,  piacevole pop-rock quasi sconfinante nel musical.

Insomma, anche stavolta i Mr. Big hanno dimostrano di possedere energia, “tiro” e grande tecnica. Non sempre, però, le canzoni appaiono perfettamente a fuoco sia sul piano della composizione sia sul piano dei suoni e della produzione. Talvolta, infatti, e soprattutto nei brani uptempo, si ha l’impressione che l’energia che il gruppo cerca di sprigionare sia compressa e claustrofobica, senza riuscire ad esplodere mai davvero.

La chitarra del maestro Paul Gilbert è, naturalmente, onnipresente e serpeggiante in tutti i meandri, e tutti gli altri suonano alla grande, ma senza particolari exploit, lasciando così talora nell’ascoltatore una sensazione di non perfetta soddisfazione, pur tra tanti spunti brillanti. E, paradossalmente in relazione ad un album di rock duro, migliori e più nitidi ci appaiono i brani meno rock e più "swinganti" del lotto.
Probabilmente “Defying Gravity” richiede più ascolti per essere apprezzato appieno, ma appare di primo acchito come un buon disco non equiparabile, però, alle prime, amatissime opere della band, e posto una tacca sotto alcuni dei suoi più recenti album.

Francesco Maraglino


 

 
72