Recensione: Defying The Rules

Di Matteo Lasagni - 6 Febbraio 2005 - 0:00
Defying The Rules
Band: Hibria
Etichetta:
Genere:
Anno: 2004
Nazione:
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80

Dopo diversi anni di gavetta i brasiliani Hibria riescono finalmente a pubblicare il loro primo full-lengh ufficiale. Forti di un’intensa attività live in patria e in Europa, questi 5 true-metallers sfidano i nomi più blasonati del metal mondiale con questo superbo debut album. Questo, ragazzi, è fottutissimo heavy metal. Veloce, potentissimo e diretto, senza troppi fronzoli, senza mezze misure, senza pietà. Un vero e proprio attacco all’arma bianca, dal primo all’ultimo secondo, senza ballad, senza pause e con una ferocia che non sentivo da parecchio tempo. Provate ad immaginare lo stile heavy anni ’80 sulla scia di Helloween e Manowar, sparatelo alle velocità supersoniche anni ’90 ed infine aggiungete le più moderne tecniche di produzione, shakerate il tutto ed avrete “Defying The Rules“. Qua signori miei non si scherza affatto: ogni membro della band dà il meglio di sé e dimostra le proprie impressionanti qualità tecniche, a partire da Iuri Sanson che possiede una voce assolutamente stellare (sentire per credere). Prendete il Kiske dei Keeper, trapiantategli un paio delle corde vocali di Eric Adams ed il gioco è fatto… I due axemen poi sono letteralmente indiavolati, macinano riff su riff con una precisione disarmante per poi lanciarsi in solismi clamorosi di chiara estrazione malmsteeniana. Ma anche la sezione ritmica è davvero travolgente e in alcuni frangenti diventa vera e propria protagonista. Unico neo di questo lavoro è una certa staticità compositiva che lungo i 52 minuti del cd a volte risulta evidente. Se infatti alcuni brani si attestano su livelli di vera e propria eccellenza, come l’iniziale “Steel Lord of Wheels” oppure “Millenium Quest”, per non parlare della meravigliosa title track, altri sembrano un po’ la brutta copia dei suddetti e al posto di questi mezzi auto-plagi avrei sinceramente preferito soluzioni più azzardate, magari qualche cambio d’atmosfera, oppure qualche variazione ritmica più marcata, all’insegna di una seppur minima alternanza stilistica. Ma a parte questa piccola lacuna in fase d’impostazione, gli amanti dell’heavy-power speed più intransigente avranno pane per i loro denti!

Dopo la trascurabile “Intro”, si parte a scheggia con la già citata “Steel Lord Of Wheels”, esempio perfetto di quanto sono in grado di offrirci gli Hibria: ritmiche serrate, cori possenti e solos da urlo. Il tutto dominato dall’incredibile prestazione vocale di sua maestà Iuri Sanson, un vero portento della natura. Si prosegue alla stragrande con “Change Your Life Line”, altra mazzata di rara intensità che ricalca le orme dell’opener, fra le rasoiate del duo d’asce Kasper-Camargo ed il roboante lavoro dietro le pelli di Savio Sordi. Dopo due simili bordate mi aspetto un calo fisiologico ed invece con “Millenium Quest” rimango a bocca aperta. Ancora una devastante power-speed track! L’attacco è magistrale per aggressività ed efficacia e lancia alla perfezione questa song memorabile in cui spiccano l’ennesimo splendido refrain ed il delirante duello chitarristico centrale che dona nuova linfa al discorso neoclassico cominciato da Malmsteen ormai 20 anni fa. A questo punto inizia ad insinuarsi in me una tiepida speranza, comincio infatti a pensare di essere di fronte a dei mostri sacri, ad una nuova specie di alieni metallici giunti sulla terra per darci un esempio di quanto sia grande la bontà di nostro Signore! Ma nel bel mezzo di queste mistiche visioni parte la quinta traccia, “A Kingdom To Share”, che puntualmente mi fa tornare coi piedi per terra! Non che la canzone in questione sia malvagia, per carità, ma sicuramente non regge il confronto con le 3 precedenti hits. I tempi sono sempre sostenuti, ma le melodie vocali non catturano più di tanto. Da sottolineare l’ottimo basso solista del bravissimo Marco Panichi, peraltro autore di quasi tutti i testi. Rassicurato sulla natura umana degli Hibria arrivo alla successiva “Living Under Ice” per trovare ulteriore conferma di quanto appena detto. Pezzo decisamente sotto tono, in cui calano i ritmi e anche la qualità generale che risente in questo caso di un songwriting non proprio brillante. Completamente svuotato di ogni fanatismo religioso, mi appresto ad ascoltare la title track nella più totale pace interiore, convinto che i nostri abbiano già esaurito le cartucce a loro disposizione. Ma dopo 12 secondi di rullate questi sudamericani mi sbattono in faccia uno dei più terrificanti attacchi power-speed metal che abbia mai sentito. Sconvolgente. A conti fatti il brano risulta essere un altro capolavoro dopo il magico trittico iniziale. Tutto è al posto giusto: il chorus stupendo, l’assatanato drumming di Savio Sordi ed il solito superbo solismo delle due chitarre. Headbanging totale. Dopo tanta grazia procedo senza particolari ansie all’ascolto del trittico finale che sinceramente non fa gridare al miracolo. “The Faceless In Charge” è un up-tempo piuttosto anonimo, “High Speed Breakout” presenta invece qualche spunto velocistico interessante nella parte centrale e possiede una discreta linea melodica, ma nulla di più, mentre la conclusiva “Stare At Yourself” non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sentito fin’ora. A parte quest’ultimo set non proprio esaltante, si tratta comunque di un debut album coi fiocchi. Almeno 4 episodi su 9 sono davvero sopra le righe e ci consegnano una nuova true metal band di grandi potenzialità da seguire e coltivare nel prossimo futuro.

Da ricordare il prezioso lavoro in fase di mixaggio del guru Piet Sielck, vera icona in ambito classic metal, che dona a questo disco un sound molto Iron Savior-oriented, in particolare nel rocciosissimo guitar sound.

Tracklist:

01. Intro
02. Steel Lord On Wheels
03. Change Your Life Line
04. Millenium Quest
05. A Kingdom To Share
06. Living Under Ice
07. Defying The Rules
08. The Faceless In Charge
09. High Speed Breakout
10. Stare At Yourself

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