Recensione: Degrees of Manipulation

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Gli Alphakill provengono da Winnipeg, città canadese definita anche la ‘porta dell’Ovest’ per l’importanza che ha per i trasporti ed i collegamenti fra l’Est e l’Ovest della Nazione.

La loro nascita risale al 2010, quando Justin Stear (chitarra e voce), Derrick Kroll (batteria) e Jon Warren (chitarra e cori) decisero di unirsi per suonare qualcosa di pesante e veloce. La formazione fu completata arruolando il bassista Jesse Skoleski e da lì cominciarono le attività live e le lavorazioni al primo album, pubblicato il 23 giugno 2012 con il titolo ‘Unmitigated Disaster’.

Alla fine dell'anno Jesse Skoleski fu sostituito da Jon Anderson e la band riprese a suonare in giro componendo, contemporaneamente, nuovo materiale per il prossimo lavoro in studio.

In fase di registrazione, però, Jon Anderson si ritirò improvvisamente e Jon Warren e Justin Stear si ritrovarono a registrare le parti di basso da soli.

Questo problema, unito ad altri di natura personale, costrinse i musicisti a prendersi una pausa, che durò fino al 2017, anno in cui ripresero da dove avevano lasciato fino al completamento del nuovo full-length, dal titolo ‘Degrees of Manipulation’ messo autonomamente in commercio dal 6 ottobre 2018.

Il lavoro è composto da dieci canzoni che coprono cinquantadue minuti di intricato e progressivo Thrash Metal, maturo, preciso, tecnico e molto aggressivo.

Non troppo spazio è stato lasciato all’istinto ed ogni traccia è stata curata con grande attenzione, ponendo importanza, soprattutto, sulla voce, di ottima timbrica e sugli assoli di chitarra, eseguiti in gran quantità e molto vari, sia tecnici che ‘di pancia’, intervallati da sezioni musicali, interludi oppure suonati in sequenza.

La sezione ritmica è devastante, con una batteria preponderante ed un ‘trittico’, formato dalle due chitarre e dal basso, che macina tutto facendo ‘tabula rasa’. 

Alpha 450

The Straw Man’ e ‘Thrashbringer’, dinamiche e dirette, aggrediscono senza pietà incessantemente, senza concedere un secondo di pausa.

Bow to No Man’ vira più verso il Metal tradizionale, senza per questo perdere cattiveria. Notevole è il lavoro della batteria e coinvolgente sono gli assoli che duellano tra loro in fase finale.   

Morality Blurred’ è veloce, con un assolo che parte singolo per poi sdoppiarsi. Il pezzo è particolarmente articolato con una sezione, dopo il refrain, un po’ troppo cacofonica che, a dir la verità, le fa perdere un po’ di qualità.

La successiva, ‘Insomnia’, si suddivide in parti musicali moderne interposte a quelle cantate in chiave più Old School. Questa commistione la rende parecchio interessante.

Monumental Hypocrisy’ è veloce ed incalzante, con un cambio di tempo, a metà, che la porta ad essere cadenzata senza perdere un briciolo di potenza.

Deadly Inaction’, invece, è un po’ confusionaria e lascia il tempo che trova.

In Hell’ è complessa mentre ‘Dominion’ è caratterizzata da un gran lavoro delle chitarre, che seguono la ritmica sia in modo sincrono che asincrono. Valida è la parte dell’assolo, lento e sostenuto da una feroce doppia cassa.

Chiude ‘Ghost’ con un buon finale enfatico.

Tirando le somme, ‘Degrees of Manipulation’ presenta degli artisti maturi che conoscono la loro strada. A volte il troppo tecnicismo appiattisce un pò l’album, che non è sempre scorrevole; in generale, il lavoro è comunque positivo. Auguriamo loro una densa attività live ed attendiamo il prossimo lavoro.  

 
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