Recensione: Delirium

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Nell’immenso e traboccante calderone del progressive è tanto facile perdere quelle pubblicazioni superflue e troppo simili a quel sound che impiega davvero poco a diventare stantio, quanto trascurare un disco che se riuscisse ad arrivare al vostro sistema uditivo, vorrà prendervi residenza a tempo indeterminato. I Ghost Ship Octavius sono un trio americano di gente che sa cosa significhi tenere uno strumento in mano. Il trittico composto dalle chitarre di Matthew Wicklund e Adon Fanion – quest’ultimo anche alle prese con il microfono – è coadiuvato dal possente spessore batteristico dell’ex Nevermore, Van Williams. Sin qui, potrebbe anche sembrare un side-project o un gruppo nato sulle ceneri di un successo interrotto da dissapori interni o dalla prematura scomparsa del leader della sopracitata metal band. Esatto, sino qui, perché la realtà è che i GSO sfruttano il fatto di essere degli ottimi strumentisti per scrivere un’ora di musica che sarà in grado di farvi riscoprire la bellezza di un ritornello cantato a squarciagola. E questo è proprio l’obiettivo di un gruppo, anche se essere in grado di portare a termine l’impresa, non va dato per scontato. Le invisibili barriere del progressive sono infatti rappresentate dall’assenza di confini, da un’unione tra ritmiche più frenetiche e aperture più delicate che rendono ogni singola canzone, una piccola pietra preziosa incastonata in un’opera che racchiude in sé la vera essenza della buona musica. Musica che è bella da suonare, bella da ascoltare e composta senza troppe parole a tavolino.

 

L’album si apre con Turned To Ice, un vero tripudio musicale che mette in mostra l’incredibile versatilità del trio. C’è tanta melodia ma anche delle ritmiche serrate e che non hanno paura di una distorsione ben accentuata, senza però lasciare che nessuno dei due “mood” prevalga troppo sull’altro. Le sezioni strumentali vengono tessute con un orecchio attento ed esperto, in grado di valorizzare i passaggi più melodici che tagliano come una lama bollente nel burro, trascendendo risme di sfumature di progressive, da quello più tradizionale e coadiuvato da un tappeto di synth, sino a gusti più contemporanei, al limite del djent. Ocean Of Memories comincia un percorso più emotivo, quasi introspettivo e ci accoglie nell’avvolgente abbraccio della calda voce di Fanion. A tratti sembra quasi di ascoltare i The Tea Party, ma il groove e l’evoluzione del brano stesso hanno un piglio decisamente più heavy. A conferma di questo c’è la successiva Saturnine, che seppure non si allontani dalla voglia di dispensare parti melodiche in grado di entrarti in testa sin dal primissimo ascolto, aumenta il passo e sorretta dall’incessante drumming di Van Williams, dimostra di aver pensato anche a chi non può stare senza headbanging per più di quindici minuti consecutivi. Al contempo, ogni diminuzione in termini di bpm sta ad aperture melodiche, quanto ogni canzone sta al continuo crescendo di interesse dentro di noi, consapevoli del fatto che dietro a quello che si sta presentando come un disco di elevata fattura, si cela in realtà molto più di quanto possa sembrare. Il preludio acustico della title-track Delirium cerca di accompagnarci in questo attimo di riflessione, ma non è ancora il momento di tirare le somme e con un groove degno di una nottata incestuosa tra Nevermore e Pain Of Salvation (metteteci anche un po’ di Vanishing Point), ci troviamo in un ciclone fatto di note messe in perfetta successione l’una con l’altra, divagando tra stacchi acustici, ritornelli melodici e una chitarra solista che sa essere delicata quando deve e graffiante l’istante dopo. Non fatevi ingannare da Ghost In The Well, non è una ballad, ma qualcosa di infinitamente più squisito. Figlia di musicisti esperti, costruisce la sua immensa bellezza su un ritmo più lento del solito, un crescendo quasi sofferto e variazioni mai scontate, ma che allo stesso modo suonano proprio come le avreste desiderate. In parte più lineare, Chosen è lo spartiacque ideale, una volta raggiunta la metà del disco. Al pari degli episodi ascoltati sinora è impregnata da un’ottima melodia, ma la struttura più semplice e lineare della prima metà del brano è poi estromessa da una variazione più aggressiva, trampolino ideale per un altro bell’assolo chitarristico. Edge Of Time è il singolo pubblicato a metà Dicembre e come fece due mesi fa riesce a stupirci facendo scendere una lacrimuccia pensando al compianto Warrel Dane, perché con pari enfasi e melodrammaticità, Fanion mette in mostra un altro lato eccellente delle sue qualità canore. Struggente, ancora una volta legata al cordone ombelicale dell’intero disco, un lavoro omogeneo e di altissima qualità, che riesce – e qui dovrebbero spiegarlo a molti colleghi – a non ripetersi neppure un attimo, nonostante ci sia quasi un’ora intera di musica, senza intro, senza outro, senza fronzoli o eccessi. Il duo Wicklund/Fanion continua a mettere insieme ritmiche e arpeggi e Far Below sembra esser costruita per esaltare un gusto per un progressive più tradizionale. Se a un primo ascolto The Maze potrebbe sembrare meno semplice da digerire, è proprio perché il songwriting prosegue nel suo percorso di evoluzione, mettendo maggiormente in luce tinte prog rock reminiscenti degli anni d’oro e di quei supergruppi che rappresentano le colonne portanti di un genere nel quale si va spesso a pescare, alle volte dimenticando che alcuni ascoltatori non sono fatti per iniettarsi in vena brani strumentali da 25 minuti. Idem dicasi per la successiva Bleeding On The Horns, dove l’estro del trio – ormai definitivamente consacrato dal nostro organismo – trova il massimo sfogo in una formula che prima ammalia con soave melodia, poi trastulla con i funambolici assoli di chitarra (mai sterilmente fini a se stessi) e sottolinea il punto esclamativo dell’epilogo del brano e del disco stesso, come con la conclusiva Burn This Ladder, l’unico brano a sfiorare i 7 minuti. Nessuna fretta, già possiamo sentire il malinconico gusto della fine del disco. Con una meticolosa costruzione degna dei più grandi cantastorie, il cammino lungo la scala da bruciare è l’anticamera dell’uscita, l’unica porta che ci consentirà di poter davvero tirare le somme su quest’album sbalorditivo.

 

Nati nel 2015, i GSO sono la rappresentazione della vittoria della musica. Nel 2019, quando ormai tutto è stato suonato, inventato e sperimentato, Delirium dimostra come si possa scrivere dell’ottima musica farcita di sfaccettature che solitamente tendono ad escludere il proprio opposto. Tra tessiture melodiche e una sapiente esecuzione che non scade mai nell’autocelebrazione, ogni singolo minuto di questo disco merita di essere sparato a tutto volume, con gli occhi chiusi e il desiderio di avventarsi su ogni sua nota. Diretto, tutto sommato semplice, ma per nulla scontato, è un album che è in grado di crescere in maniera esponenziale e con questo intendo davvero dire che ad ogni ascolto resterete ammaliati come dal canto di una sirena. Non riuscirete a farne a meno e non vorrete nemmeno provarci. Se questi sono i presupposti, i GSO non son più soltanto da tenere d’occhio, ma bisogna piazzarli su un piedistallo. Un’opera meravigliosa e immancabile per coloro che hanno consumato la vana attesa di un seguito al capolavoro degli Ark - ”Burn The Sun”. Un secondo disco che non aspetta altro che essere ascoltato e che dal canto suo ha un solo difetto (se così possiamo definirlo), il fatto di creare un’aspettativa maledettamente elevata per un seguito che speriamo non tardi troppo ad arrivare.

 

 

Brani chiave: Turned To Ice / Delirium / Ghost In The Well / Edge Of Time

 
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