Recensione: Deliverance

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I Cryonic Temple nascono in Svezia nel 1996. Dopo un numero inusuale di demo (ben sette) pubblicano il loro primo album nel 2002, dal titolo ‘Chapter I’. Il loro è un Power Metal il cui ceppo iniziale va ricercato negli Helloween, modernizzato man mano che trascorrono gli anni, ma anche abbastanza anonimo, per quanto ben suonato.

La loro discografia ha uscite abbastanza regolari dal 2002 al 2008, con quattro album dati alle stampe: il già citato ‘Chapter I’, ‘Blood, Guts & Glory’, ‘In Thy Power’ ed ‘Immortal’. Quest’ultimo album corrisponde al punto di rottura: infatti nei tre precedenti la formazione era rimasta grosso modo invariata, mentre per ‘Immortal’ sono stati sostituititi tre elementi su cinque.

Non solo, dal 2008 ha inizio un lungo periodo di silenzio discografico, che s’interrompe nel 2017 con l’uscita di ‘Into The Glorious Battle’, nel quale la formazione si rinnova quasi totalmente, rimanendo come unico superstite, presente fin dagli esordi, il chitarrista Esa Ahonen.

Ora, tale lineup, sembra essersi assestata, tanto che il 20 luglio 2018, via Scarlet Records, esce ‘Deliverance’, il nuovo album.

I Cryonic Temple puntano al ‘vuoi vincere facile …’, con brani, tirati o meno, dalla struttura semplice e lineare, senza sperimentazioni o tentativi di univocità.

L’album è composto da quattordici canzoni, tutte orecchiabili e sicuramente appartenenti al genere Power Metal più melodico che robusto. Si sente molto l’influenza degli Helloween, soprattutto nell’uso delle Twin Guitars, sparse un po’ per tutte le canzoni, mentre le tastiere svolgono un ruolo sì importante nel dotare di atmosfera i brani, ma non eccessivo e privo di pomposità.

La voce pulita e melodica di Mattias Lilja è solo in alcuni casi aggressiva, 

questo porta ad un indebolimento di alcuni pezzi che potevano risultare più potenti. Il timbro è comunque valido e lascia la sue buone emozioni.

La sezione ritmica sa fare bene il suo lavoro, soprattutto il bassista Roland Westbom, che sicuramente sa cos’è l’Heavy Metal. 

Gli assoli sono inseriti sempre nel punto giusto per aumentare l’enfasi e giocano, con grande ardore, con i passaggi delle chitarre gemelle e con i muri sonori delle parti ritmiche.

In pratica, un album che punta ad accontentare la fascia centrale dei fan del Metal ed a incuriosire quelle più vicino alle estremità.

Deliverance’ è introdotto da ‘The Morning After the Longest Day’, caratterizzato da un pianoforte accompagnato da orchestrazioni scure; un suono che prende forma  dando vita ad una melodia epica che raggiunge il suo massimo splendore.

Rise Eternally Beyond’ è il primo vero pezzo: una partenza melodica seguita da un riff improvviso che chiama un tempo veloce. Impressiona positivamente una sezione di basso e batteria che anticipa l’assolo.

Segue ‘Through the Storm’, dalla velocità più controllata. Valido è il controcanto che segue un epico refrain. Il pezzo prende potenza grazie ad una forte sezione ritmica, alle sempre presenti twin-guitars ed all’assolo. Un improvviso stacco acustico lascia con il fiato sospeso per riprenderlo nel refrain che conduce alla fine.

La successiva ‘Knights of the Sky’ ha una ritmica più moderna ed un tiro più potente, dato soprattutto dal lavoro del basso. Le tastiere vengono messe leggermente sottotono e questo porta il brano ad andare più verso il Metal classico.

Orchestrazione scure introducono ‘Deliverance’, un pezzo che unisce al Power classico l’Heavy più pesante dei Judas Priest. Mattias Lilja fa un ottimo lavoro, alternando la voce melodica ad una timbrica più forte ed aggressiva. Bisogna dire che il brano è un buon ibrido e lascia forti sensazioni.

Dopo una serie di brani tirati, chi più chi meno, è il momento della classica ballata: ‘Loneliest Man in Space’ è dolce e romantica e rientra nella categoria del Metal grazie all’uso del distorsore delle chitarre, che evita di farlo diventare un pezzo melenso.

Il tiro riprende alla grande con ‘Pain and Pleasure’, che sarebbe stato un pezzo molto arrabbiato se il synth non avesse smorzato le sonorità.

Si passa poi a ‘Temple of Cryonics’, pezzo moderno che sa essere epico ma anche cupo. Impreziosisce molto una sezione acustica che anticipa le chitarre gemelle.

Starchild’ punta sul classico dando un senso un po’ retrò dei primi pezzi Power Metal, mentre ‘End of Days’ può essere un buon singolo, visto la sua alta orecchiabilità ed il tono un po’ per tutti quelli che hanno voglia di divertirsi senza pensarci troppo.

Vista la lunghezza del Full-Length, meglio spezzarlo con un’altra ballata romantica: ‘Swansong of the Last Emperor’ per passare poi ad ‘Under Attack’, un brano power che, a dir la verità, dice poco ed è l’elemento debole del disco. 

L’ultimo brano nella versione standard del disco è ‘Blood and Shame’, pezzo Metal in tempo medio con strofe determinate ed un refrain struggente. Buono l’inserto acustico di chitarra classica che chiude il tutto.

Mentre come Bonus Track nel digipack è inclusa ‘Insomnia’, un pezzo che esce fuori dagli schemi, con qualche tentativo di novità, con momenti che ricordano gli Iron Maiden di ‘Seventh Son of a Seventh Son’ abbinati a strofe moderne e a sezioni cangianti da dure a melodiche, da lente a veloci fino ad esplodere. Un brano interessante che potrebbe rappresentare un bivio per i Cryonic Temple.

Tirando le somme, ‘Deliverance’ non è un album senza infamia e senza lode, è qualcosa di più, ma non presenta momenti di picco esaltanti o canzoni che rimangono particolarmente impresse; questo è un difetto non da poco in un album che dura oltre un’ora. I Cryonic Temple non hanno voluto rischiare, componendo un album che è piacevole ascoltare, ma che può essere dimenticato o valutato poco, visto l’enormità di dischi che ogni anno band simili fanno uscire.              

Giudizio più che positivo comunque e speriamo in un po’ più di originalità nel prossimo lavoro.

 
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