Recensione: Deliverance from the Godless Void

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“Deliverance from the Godless Void” è il quarto album dei Desolate Shrine che, con una buona regolarità, danno alle stampe full-length sin dal 2011, cioè un anno dopo la loro nascita.

Il loro è death metal. Contaminato da black e doom, senza che però entrambi i generi abbiano preso il sopravvento sulla matrice primigenia che ha plasmato la formazione finlandese. Una modellazione volta a generare un claustrofobico impatto continuo, regolare, senza soluzioni di continuità. Assimilabile a una mota marrone che copre tutto e tutti. Velocemente. Lentamente. A seconda, cioè, che L.L. decida o meno scatenare l'orda dei blast-beats.

L'universo dipinto da “Deliverance from the Godless Void” è buio, cupo, vuoto. Il sound dei Desolate Shrine è piuttosto particolare, poiché mostra un solo lato, una sola rappresentazione: la desolazione, la tristezza, la malinconia. Ben rappresentate dal disegno di copertina ma soprattutto dalle song. Le quali fungono da trappola mortale per stati emotivi diversi o addirittura opposti a quelli più sopra menzionati.

Così, mentre via via scorrono i brani, il platter avvolge le sue spire possenti attorno al corpo anzi la mente dell'ascoltatore, il quale, per tornare in tema, altro non può mettere in pratica che l'affogare dolcemente nella scura fanghiglia rappresentata da pezzi totalizzanti quali, per esempio, l'opener-track 'The Primordial One' ma ancora di più l'ossianica 'Unmask the Face of False', identificativa dello sprofondamento nell'Ade. Ritmi doom, growling, harsh, violentissime accelerazioni, veementi rallentamenti. Il turbinio di accordi, di riff, produce un effetto lisergico, allucinogeno; nella cui condizioni si possono intravedere, fra le nebbie, paesaggi desolati, fangosi, nuvolosi. Sterili di luce, sterili di vegetazione, dagli irregolari contorni sfumati da immensi altipiani.

Non mancano sfasci assoluti quali 'The Waters of Man', brutali assalti a tutta forza, resi ancora più potenti dalle tastiere in sottofondo, per un muraglione di suono impenetrabile, enorme, indistruttibile. Cioè, le mura che cingono il suono di “Deliverance from the Godless Void” senza che nemmeno una nota vada dispersa. In questi frangenti il pensiero si dilata e si contrae, ubbidendo all'hyper trance da esagerazione cinetica.

Il death metal dei Desolate Shrine non ha chissà cosa di originale, tuttavia possiede una spinta visionaria molto evidente ('The Graeae'). Probabilmente è su questo fattore che è stata costruita la struttura portante del disco, lasciando ad altri suoni brillanti e cristallini. La durata dei brani, inoltre, superiore alla media, è un altra peculiarità del terzetto di Helsinki, poiché costringe chi ascolta a immergersi nel loro mondo. Un sotterfugio per accumulare prigionieri.

Non c'è modo di fuggire, una volta cominciato l'ascolto di 'The Primordial One': ci si può solo lasciare andare, trasportare negli spazi più nascosti e inesplorati dell'animo umano. 

Viaggiare. Forse, tornare.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

 
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