Recensione: Delivering the Black

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I Primal Fear sono come la Porsche Carrera: sempre uguale ma sempre temibile. Entrambi teteschi di Cermania e fedelissimi alla linea, calcano le scene, rispettivamente, da diciassette anni i primi e dal 1963 la seconda. Delivering The Black, targato Frontiers, è il decimo album, da parte del combo di stanza a Esslingen, nel Baden-Württemberg. Sia quel che sia, raggiungere un simile traguardo da parte di chi, dopo l’esordio omonimo del 1998, venne frettolosamente catalogato come la copia Made in Germany dei Judas Priest rappresenta pur sempre una gran bella soddisfazione. Durante il Loro cammino nel tempo, invero, i ‘Fear qualche leggera variazione al tema la fecero, senza però riscuotere particolari Osanna. Indi perché rinunciare a fare quello che si sa fare, per di più dignitosamente, come peraltro esplicitato nel precedente Unbreakable?

Se i Sacerdoti di Birmingham continuavano a tirare il giusto perché mai non omaggiarli con Primal Fear e il successivo Jaws of Death? E oggi, Anno Domini 2014, visto che i conterranei Accept - insieme con gli Stallions di Sheffield Saxon – da più o meno un lustro costituiscono la più credibile e vera fucina di Acciaio fatto musica da parte dei big degli anni Ottanta, esistono forse controindicazioni per non tributarli a dovere?

Delivering The Black non si fa quindi mancare nulla ma proprio nulla dei cliché che sin dagli esordi rappresentano i caratteri principali del combo capitanato dalla Premiata Ditta Mat Sinner/Ralf Scheepers, forte di una formazione killer assolutamente adeguata per cotanta proposta ultraheavydefender. Il sopraccitato cantante dimostra di avere ancora un’ugola d’acciaio da autentico fuoriclasse, il basso di Sinner fa il suo dovere e va bene così, l’accoppiata della new entry Alex Beyrodt insieme con Magnus Karlsson possiede la grazia di una mannaia e il drummer Randy Black (ex Annihilator) picchia come un fabbro.

L’aquila d’acciaio tedesca in copertina contiene un manipolo di schegge di HM forgiato nella Ruhr,  applicando, con il sorriso sulle labbra, il necessario sforzo geografico. Si inizia a la Judas Priest meets Gamma Ray di King for a Day per proseguire con l’epica minimale di Rebel Faction, ancora debitrice dei Maestri della siderurgia di  Birmingham.

Il mid tempo eroico oltreché massiccissimo When Death Comes Knocking permette al bombardiere Randy Black di tirare il fiato per un poco, poi vai di stereotipo, alla grande, sul metallone bello pieno a la Accept di Alive & On Fire e della successiva title track.  

Tradizione 100% tedesca in Road To Asylum, Running Wild docet, e prima variante al tema principale in One Night In December, episodio in chiaroscuro, ove i Primal Fear fanno i Primal Fear solo a metà , andando a stuzzicare qualcosa dei Savatage, con discreto costrutto, peraltro. Il rombo di una motosega apre Never Pray For Justice, pezzo dedicato ai favolosi anni Ottanta, per via del suono non così pieno come al solito, forte di un coro possente senza essere bombastico. Il lentone di turno, immancabile, si intitola Born with a Broken Heart: prevedibilissimo ma oltremodo roboante. I Primal Fear in passato hanno saputo scrivere di meglio, ma tant’è, questo passa il convento, oggi, in quanto a miele applicato. Per la cronaca, Liv Kristine dei Leaves’ Eyes viene reclutata a rafforzare le backing vocals.

Chiusura, all’arma bianca e  alla tedesca, fra Gamma Ray e i Running Wild veloci del tempo che fu, con la mazzata definitiva dal titolo Inseminoid.                        

Dopo cinquanta minuti e rotti di HM in your face di provenienza Delivering The Black la domanda, peraltro lecita e posta con il massimo rispetto, potrebbe essere: ma i Judas Priest, oggi come oggi, un disco come questo riuscirebbero a farlo oppure no? Un ulteriore interrogativo: quante band che fanno come i Primal Fear – o meglio, tentano di fare come i Primal Fear - sono credibili quanto i Primal Fear stessi, ai quali va dato atto che ci hanno sempre messo la faccia?

Primal Fear = sempre la stessa minestra?

Può essere, per carità, ma a noi, da queste parti, va benissimo così, se la minestra è vigorosa e nutriente. E a voi?       

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

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