Recensione: Demigod

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Splendido, di nuovo splendido l'ennesimo capitolo della saga Behemoth: band polacca reinventatasi dal 1999 in versione death metal dopo un rispettabilissimo passato black, il quartetto ha saputo da allora sfornare sempre e solo dischi unici, pezzi imprescindibili nella collezione dei death metal fans. La compattezza di Satanica, le struttura complicate di Thelema.6, l'epicità diffusa di Zos Kia Cultus: tutto risuona ed echeggia in questo nuovo platter, ancora una perla incastonata in una discografia ricchissima e quasi perfetta.

Presentandosi alla grande con un artwork difficilmente eguagliabile in questo settore, la band si propone in una veste sicuramente più elaborata di quella che ci offriva col predecessore, pubblicato già 2 anni fa: lo scheletro dei pezzi torna ad ingarbugliarsi, senza mai danneggiarne la qualità, come già nel citato Thelema.6, con notevoli influenze floridiane a fare da padrone in più di una composizione. Ma quello che aggiunge, se possibile, valore al tutto è il feeling che il gruppo ha saputo trasporre nella sua musica, cosa assolutamente rara per una band di death metal violento come la loro: assimilabili in questo ai Nile (non a caso il leader del gruppo americano, Karl Sanders, è ospite per un assolo nel pezzo XUL), i Behemoth lasciano da parte i triti schemi nordici per ripercorrere la mitologia mediterranea, con la figura del "Semidio", il Demigod appunto, plasmata ad arte nelle lyrics di Nergal per fungere da simbolo della figura individuale proposta. Non pensate a banalità da copia/incolla di testi truci, di tutto questo non vi è traccia nè nelle parole nè nella musica del combo, che dimostra una personalità ormai in grado di porla sullo stesso livello dei totem americani e svedesi.

Nergal è un compositore di primissima scelta, e lo dimostra con canzoni come l'opener Sculpting the Throne ov Seth, ad esempio: in 4 minuti e mezzo troverete tutto quello che una death metal song deve avere nel 2004. Impatto, semplicità ma non noia, ritmiche articolate ma non dispersive (impressionante come sempre il lavoro di Inferno alle pelli), riffs e melodie (sepolte ma presenti) capaci di imprimersi a fuoco nella memoria dell'ascoltatore, e di spingerlo al riascolto ripetuto per apprezzare a fondo ogni singolo arrangiamento. Stesso discorso per brani come la title-track, tra le più epiche mai scritte dai polacchi; o per Mysterium Conjunctionis (Hermanubis). Ma sono gli esempi che fortunatamente potrei cambiare di giorno in giorno, a seconda del mood, e che mi mettono in difficoltà come in tutte le recensioni di dischi del tutto riusciti, intoccabili. Vogliamo infatti parlare del lusso che i Behemoth si concedono con gli 8 minuti abbondanti della conclusiva The Reign ov Shemsu-Hor? Una vera e propria suite, in grado di competere con pezzi che ormai hanno fatto storia.

Solo un'ombra mi sento di rilevare su questo album: una scelta sonora, per quanto riguarda le vocals, assolutamente infelice. Nergal infatti vede soffocato il suo timbro classico da filtri elettronici e sdoppiamenti vocali che rendono a volte addirittura eccessiva la quantità di bassi presenti nelle linee vocali, e la cosa non si accorda assolutamente al citato feeling presente nelle canzoni; un'imperfezione forse minima, ma notevole per un gruppo che fa del perfezionismo in senso generale un proprio punto di forza. Una scelta spiazzante, ma nulla che impedisca di apprezzare le indubbie doti dell'album.

Ormai sta quindi diventando quasi scontato scrivere dei Behemoth, come di tutte le bands (ormai rare) che non sbagliano un colpo pur permettendosi cambiamenti di sound ed evoluzioni ragionate, graduali ed assolutamente mature. Uno dei dischi dell'anno, sicuramente.

Alberto 'Hellbound' Fittarelli


Tracklist:

1. Sculpting the Throne ov Seth
2. Demigod
3. Conquer All
4. The Nephilim Rising
5. Towards Babylon
6. Before The Aeons Came
7. Mysterium Coniunctionis (Hermanubis)
8. Xul
9. Slaves Shall Serve
10. The Reign ov Shemsu-Hor

 
90