Recensione: Demoniac Paroxysm

Di Daniele D'Adamo - 24 Ottobre 2018 - 17:09
Demoniac Paroxysm
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2108
Nazione:
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76

Formatisi nel 2015 grazie all’amazzone Anubis Sandoval, batteria, la quale ha spostato da Cancun a Guadalajara Roberto Trejo, chitarra, e José Rivas, voce, con l’aggiunta, nel 2017, del bassista G-Phager; i Morbid Messiah giungono a dare alle stampe il loro primo full-length, “Demoniac Paroxysm”, dopo un EP uscito nel 2016, intitolato “In the Name of True Death Metal”.

Un titolo che dice tutto, quest’ultimo, con specifico riferimento al genere proposto dai quattro loschi figuri messicani: old school death metal. Più che old school, verrebbe da dirsi, poiché  – come peraltro suggerisce il war name della batterista – i Morbid Messiah scavano con le unghie la dura terra dell’underground sino a raggiungere i suoi strati più profondi.

Strati corrispondenti al quinquennio 1985 / 1990, in cui nascevano i primissimi virgulti che adoravano una nuova fattispecie musicale, naturale evoluzione del thrash e del black metal: il death metal, appunto. Quello abbozzato nel brodo primordiale del metallo estremo da band divenute leggendarie quali Possessed, Morbid Angel, Sepultura, Necrodeath. 

Così, i Nostri compiono un balzo verso sinistra nella linea temporale, andando ad accarezzare quelle irripetibili sonorità con il piglio, però, di chi si trova nel 2018. Con ciò, potendo usufruire di oltre trent’anni di esperienza altrui e della tecnica esecutiva e realizzativa moderna. Un’unione di fattispecie diverse che i Morbid Messiah riescono a mettere assieme piuttosto bene, innalzando dalle tombe più interrate uno stile putrefatto, stantio e puzzolente. Uno stile assolutamente perfetto per provare sulla pelle la scarificazione provocata da riff sì putrescenti ma anche duri e rabbiosi, vivi ma morti, sovrastati a volte da assoli taglienti come la la lama del bisturi di un medico legale. 

Carne marcia, strappata a brandelli dai corpi in decomposizione dalla scellerata dentatura di José Rivas, folle cantore di linee vocali animalesche, calibrate su un growling non comprensibile ma efficace nel suo tono rozzo e involuto. Pure la batteria sembra essere costituita da organi interni allo sfascio: Anubis Sandoval manovra le bacchette rimescolandole in una una massa quasi liquida di disgustoso repellente putridume, accelerando in direzione di scapestrati BPM, apparendo caotica nel raggiungimento della follia dei blast-beats (‘Crawling in Guts’). 

Davvero un sound azzeccato, gustoso – se così si può dire – sia per i fan di vecchia data, sia per le nuove generazioni che vogliano toccare con mano l’origine del death metal. 

Così come sono azzeccate le song. Niente di trascendentale, questo si deve evidenziarlo, tuttavia affascinanti nella loro fedeltà alla linea e cioè alla tipologia musicale che permea i nordamericani sino al midollo, come per esempio ‘Fetid Bloodbath’; rivoltante coagulo di note ed accordi sparati alla velocità della luce da un drumming devastante, da sfascio totale, mortale anche quando si semplifica eiettando quattro-quarti da completa annichilazione. Nell’incipit di ‘Howling from the Grave’, sulfureo, infernale mid-tempo, si può ascoltare finalmente con chiarezza il basso di G-Phager, che frusta le membrane timpaniche come un cowboy mulina sui fianchi del proprio cavallo. Impossibile, infine, non citare la closing-track ‘Morbid Messiah/Morbid Invocation’, specie di suite imbastita su un allucinato crescendo che riassume a sé il carattere forte e sicuro dei Morbid Messiah e di “Demoniac Paroxysm”

1985 A.D.: Morbid Messiah!

Daniele “dani66” D’Adamo

 

 

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