Recensione: Denso Inganno

inserito da

Sono passati ben venti anni dallo scioglimento degli In.Si.Dia e ben ventidue dal loro secondo e ultimo album, quel “Guarda Dentro Te”, logico successore del debut “Istinto E Rabbia”. Con questi due lavori il gruppo bresciano aveva fatto breccia in modo prorompente nel panorama metal italiano, caratterizzandosi per essere l’unico caso degno di nota di thrash metal cantato nella lingua di Dante. Nel corso degli anni della loro assenza, in modo particolare dal momento della rinascita del genere di riferimento e grazie anche alla maggiore diffusione delle informazioni attraverso il web, il combo della Leonessa è velocemente diventato di culto tra gli appassionati e questo ritorno su disco, che segue di pochi anni quello dal vivo, è fonte di particolare interesse. Di più, per chi ha vissuto quegli anni in diretta e ha consumato quei due album, avvicinarsi a questo nuovissimo “Denso Inganno” (edito dalla mai troppo lodata Punishment 18 Records) è motivo di sicura emozione, nonostante gli ineluttabili avvicendamenti di line-up che hanno colpito la band (l’entrata di Alessandro Venzi e Alberto Gaspari rispettivamente alla chitarra e alla batteria e l’aumento di responsabilità per il bassista Fabio Lorini, che assume anche il ruolo di vocalist al posto del defezionario Riccardo Panni).

Già a suo tempo gli In.Si.Dia avevano mostrato una certa insofferenza per l’immobilismo artistico: se il debut album era assolutamente in linea con il titolo, ossia un rabbioso ed istintivo esempio di thrash metal essenziale sulla falsariga dei grandi nomi americani, il secondo lavoro mostrava segni di maggiore approfondimento, sia lirico che musicale, proponendo maggiore incisività. Erano gli anni degli esordi dei Machine Head, di “Far Beyond Driven” dei Pantera e anche i Bresciani non esitarono ad arricchire le loro composizioni di groove e di suoni più compressi. Dopo tanto tempo, il ritorno degli In.Si.Dia conferma questa capacità di evolversi senza perdere il loro trade mark, rimanendo quindi al passo con i tempi e niene affatto all’antica. “Denso Inganno” è un album di thrash metal lontano da qualsiasi caricatura vintage in quanto a suoni, produzione e flavour generale. Il combo lombardo è partito da dove l’avevamo lasciato, i riff sono ancora granitici, compatti fino al parossismo, le parti soliste di Manuel Merigo taglienti come ai tempi, sempre vicine come stile ai migliori Kirk Hammett o Alex Skolnick (bastino come esempio gli assoli della traccia di apertura), lo stile nel cantato - nonostante il turn-over - non ha perso la cattiveria e l’insofferenza degli esordi; eppure, tutto suona “2017” in un certo senso, per la produzione, per gli arrangiamenti ricercati come al giorno d’oggi è necessario che siano, ma soprattutto per una serie di scelte stilistiche da analizzare nel dettaglio. Già con i primi pezzi il messaggio è chiaro: si fa sul serio, rabbia e frustrazione trovano corpo in un thrash vigoroso, che sembra partire da “...And Justice For All” per arrivare senza esitazione alle aperture melodiche di “The Blackening”. Un salto di un ventennio che ben dimostra come gli In.Si.Dia siano stati in grado di raggiungere un livello di maturazione evidente. Più nello specifico, si passa dalla ritmica quadrata e cadenzata di “A Causa Tua” quasi in linea con quella di una “Eye Of The Beholder” a caso, alle accelerazioni di “Mai Perdere Il Controllo” simili a quelle così azzeccate di “Clenching The Fist Of Dissent” dei Machine Head. E se “Cosa Resta” è più classicamente in linea con la tradizione della band, con la title-track si cambia decisamente tono: una prima metà lenta, dilatata e d’atmosfera che esplode in una seconda parte più prorompente.

Un elemento positivo che risalta è l’evidente tentativo dei Bresciani di non limitarsi a svolgere il compitino per il piacere dei true thrasher più o meno stagionati: in tutti questi anni una crescita c’è sicuramente stata, i pezzi sono più articolati e anche la durata degli stessi rilevante (per il genere) fa intendere che il gruppo abbia voluto alzare l’asticella. I risultati sono quasi sempre positivi: tracce come “Sogno Reale” e la successiva “Il Vero Potere” sono ambiziose e impressionano, vuoi per i frequenti cambi d’umore, vuoi per l’ottimo lavoro in termini di arrangiamento e di armonizzazione delle parti soliste, mentre probabilmente la strumentale “Sintesi”, per quanto non brutta, non aggiunge tantissimo al disco e la conclusiva “A Conti Fatti” tende ad avere poco mordente, specialmente nella parte conclusiva parlata.

Bravi quindi gli In.Si.Dia: per essere tornati con un album di buon livello, per non avere avuto paura ad uscire dalla zona di confort di un thrash metal semplice e definito, per non aver strizzato l’occhio a tutti i costi ai nostalgici e per essersi spinti al di là dell’ambito musicale che, almeno a livello underground, li ha resi famosi. In alcuni momenti si percepisce una lieve ridondanza, forse snellire qualche passaggio (specialmente sul finale) avrebbe reso il lavoro più coinvolgente, ma poco importa. Ciò che conta è che il gruppo di Brescia abbia ripreso il filo di un discorso interrotto troppo presto. Bentornati.  

 

Vittorio Cafiero

 
75