Recensione: Desecration [EP]

Di Vittorio Sabelli - 26 Agosto 2014 - 9:59
Desecration [EP]
Band: Halahkuh
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2012
Nazione:
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70

Di recente formazione (2011) gli indiani Halakuh sono un quartetto proveniente da Pune, vicino Mumbai. Il nome della band sembra derivare da uno spietato comandante mongolo dal nome Hulagu Khan, discendente dal più ‘famoso’ Gengis Khan. La curiosità dettata dal fatto di avvicinare degli indiani al death metal mi porta a scoprire cosa si celi dietro il primo EP “Desecration” del 2012. In questi due anni non sono accaduti fatti straordinari se non il cambio del batterista originale Arjun Menon sostituito dall’attuale Prasenjit ‘Bappi’ Paul.

La band si prodiga in un death metal con influssi thrash che nelle tre tracce (l’Intro strumentale è un brano a sé stante) esprime il discreto potenziale messo in campo, con qualche inserimento di effetti non troppo evidenti, usati come colori tra i brani.

L’intro “Ordeal” è una sorta di brano da colonna sonora col basso di Soni che nella prima sezione sfrutta l’ampiezza del timing per inserirsi, mentre nella seconda parte le chitarre armonizzate melodicamente lasciano il posto a “Sacrilege” dove il primo riff thrash è abbastanza aggressivo e mette in mostra le buone qualità canore di Soni. Si prosegue con un ritornello in chiave death e poi una buonissima sezione “alla Meshuggah” che porta dapprima a un solo di chitarra melodico e poi ancora a un ritornello che conduce verso il finale, dando una prima, buonissima impressione con suoni chiari e ben calibrati.

La seguente “Possessed Strangulated And Enslaved” si basa su un riff melodico iniziale sul quale si staglia in un lunghissimo urlo sotterraneo di Soni, prima di prender piede in un death metal che non poco riporta agli Amon Amarth, e la cosa si protrarrà per tutta la sua durata, fino a chiudere su un finale con le chitarre armonizzate in solo.

La conclusiva “In Extremis” è un altro brano che si rifà ai Decapitated nella parte iniziale per poi entrare in un vortice thrash metal, anche se di natura non proprio violenta prima di sfociare in un medium-tempo melodico. Un pesante slow/medium time spezza a metà il brano prima di tirare a mille con la batteria che s’immola come mezzo trascinatore, prima di lasciar spazio alle chitarre di Bokil e Sarkar, che nell’economia del disco sono piuttosto interessanti.

Che dire, come inizio la band promette molto bene, credo che da quella parte del mondo, con caparbietà e dedizione, possano ritagliarsi una buona fetta di pubblico…li aspettiamo alla ‘lunga distanza’.   

Vittorio Sabelli

 

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