Recensione: Desert Call

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Si erano rivelati una delle più gradite sorprese in ambito progressive metal di tutto il 2007, quando, in seguito alla pubblicazione del tanto agognato disco di debutto (intitolato Hope), erano riusciti nell'impresa di calamitare l'attenzione di orde di appassionati, mettendosi in evidenza da un lato per una proposta musicale fresca e personale, e dall'altro a causa di una provenienza geografica (vale a dire l'Africa mediterranea) tutt'altro che comune per questo genere di uscite. Stiamo parlando dei Myrath, quintetto proveniente da Ez-Zahra (piccola città nei dintorni di Tunisi, Tunisia), formatosi nel corso del 2001 (originariamente con monicker Xtazy), per volontà del chitarrista Malek Ben Arbia. A distanza di tre anni dall'uscita del primo platter ufficiale, vede ora la luce il secondo full length targato Myrath, dal titolo Desert Call, pubblicato nel mese di gennaio del 2010.

Il sound racchiuso all'interno di questo Desert Call rimane ben ancorato a un progressive/power metal dalle influenze prettamente neoclassiche (sulla scia di band quali Adagio e Spheric Universe Experience, per intenderci), per un lavoro caratterizzato soprattutto da riffoni oscuri alternati a refrain particolarmente melodici, sezioni strumentali abbastanza lunghe e ipertecniche, e con inoltre molteplici digressioni musicali più marcatamente orientaleggianti. Uno stile compositivo che, in confronto al precedente Hope, si è nel complesso piuttosto appiattito (oppure, per meglio dire, standardizzato), orientandosi verso una maggiore linearità a livello di strutture, e dando in questo modo origine a brani sicuramente articolati e intricati a livello di partiture, ma meno profondi e incisivi rispetto alla passata release. Ma i cambiamenti non si fermano certo qui: in confronto a tre anni fa bisogna infatti segnalare l'arrivo all'interno della formazione dell'ottimo Zaher Zorgati al microfono, un cantante dalla voce piuttosto personale (anche se nelle tonalità più alte ricorda vagamente il miglior Ray Alder), ottimo sia nelle parti più tirate e acute, che in quelle più basse e votate all'interpretazione. Al suo fianco troviamo una sessione ritmica di tutto rispetto, costituita rispettivamente da Anis Jouini al basso e Saif Ouhibi alla batteria, che si fa notare per una prova estremamente valida e precisa sotto ogni aspetto, mentre a chiudere la line-up troviamo il chitarrista Malek Ben Arbia e il tastierista Elyes Bouchoucham, ambedue ottimi sia in fase di accompagnamento delle canzoni, che negli assoli.

Dieci sono le tracce che compongono questo Desert Call, per un minutaggio complessivo che si aggira sui sessantacinque primi di durata. Sono brani decisamente d'impatto quelli proposti in questa release, dalle melodie piuttosto orecchiabili e di facile presa, ma allo stesso tempo mai banali. Un lavoro che mette in luce un songwriting piuttosto interessante, ancora poco fluido e organico in certi tratti (sentire la posticcia sezione strumentale di Silent Cries per credere), ma tuttavia complessivamente valido e riuscito. Tra gli episodi migliori di quest'album possiamo senza dubbio annoverare la tirata Madness, un mid-tempo decisamente power-oriented dalle melodie particolarmente azzeccate, che ha dalla sua un refrain ad ampio respiro assolutamente irresistibile. Come non menzionare inoltre la più lenta Memories, una ballad quasi interamente acustica dalle atmosfere malinconiche e sognanti, che ha il suo culmine in un ottimo assolo di chitarra posto nella seconda parte del brano, mentre con la seguente Ironic Destiny ci si sposta invece su binari prettamente più rocciosi e pesanti, per un brano caratterizzato da un riffing serrato e veloce, ritmiche martellanti, e divagazioni strumentali dall'alto tasso tecnico.

In definitiva che altro aggiungere? Questo Desert Call si rivela essere un disco estremamente valido sotto il profilo puramente esecutivo, tutto sommato interessante a livello di contenuti, e impreziosito ulteriormente da una produzione decisamente pulita e capace di dare il giusto spazio a tutti gli strumenti. Un lavoro che, nel complesso, appare assolutamente scorrevole, forse leggermente più piatto e meno ispirato rispetto al predecessore Hope, ma che in ogni caso mette in evidenza un songwriting piuttosto variegato (anche se ancora scarsamente fluido e poco organico in certi tratti) e sicuramente coinvolgente. Insomma, un altro album di ottima fattura da parte di questi Myrath, un gruppo dalle ottime potenzialità che potrebbe davvero stupirci nel prossimo futuro.

Lorenzo “KaiHansen85” Bacega

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Tracklist:
01. Forever And A Day
02. Tempests Of Sorrows
03. Desert Call
04. Madness
05. Silent Cries
06. Memories
07. Ironic Destiny
08. No Turning Back
09. Empty World
10. Shockwave

Line Up:
Malek Ben Arbia – Guitars
Zaher Zorgati - Vocals
Elyes Bouchoucha - Keyboards, Vocals
Anis Jouini - Bass
Saif Ouhibi - Drums

 
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