Recensione: Devil City Angels

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Devil City Angels: un monicker a suo modo intrigante dietro al quale si nascondono tre vecchissime volpi del’hard ‘n’ heavy anni ’80: nientemeno che Tracii Guns (L.A. Guns), Rudy Sarzo (Quiet Riot, Whitesnake) e Rikki Rockett (Poison), accompagnati in questa nuova avventura dallo sconosciuto - ma talentuoso - cantante Brandon Gibbs.

L’opera prima dei Devil City Angels porta in sé tutte le stimmate del miglior hard rock americano di fine anni ’80, tra riff zeppeliniani, qualche inserto ritmico di matrice funky (a metà strada tra Extreme e Mr. Big) e tentazioni stradaiole; un’impalcatura già di per sé solida e collaudata, esaltata da una produzione di livello davvero elevato, in grado di dare il giusto risalto alle prestazioni di tutti gli strumentisti e di conferire al tutto un tocco inaspettatamente groovy, evidente sin dalle prime note dell’opener “Numb”.

Degli strumentisti s’è detto e vale anzi la pena spendere qualche ulteriore parola d’elogio per il solidissimo lavoro di Rudy Sarzo al basso; tuttavia, come spesso capita in ambito di hard rock melodico, anche in questo caso il vero valore aggiunto della formazione è da ricercare nella prestazione vocale di Brandon Gibbs.

Nonostante la poca esperienza ad altissimi livelli, il giovane cantante americano mette in mostra lungo le dieci tracce in scaletta tutte le qualità della propria portentosa ugola, naturalmente dotata di un timbro accostabile alle frequenze più alte a quello di Glenn Hughes eppur in grado di sfumare verso inflessioni à la Lenny Kravitz verso i toni più bassi in un ventaglio di soluzioni assolutamente notevole. Volendo trovare un termine di paragone più moderno si potrebbe chiamare in causa l’apprezzatissimo Lee Small (già visto in scena con gli Shy e con gli Skyscraper), rispetto al quale tuttavia Gibbs dimostra di possedere una maggiore duttilità.

Le canzoni svariano tra pezzi dal taglio più moderno (come la citata “Numb”) a pezzi più “tradizionali” come l’Aerosmith-iana “All My People” e la settiantiana “Boneyard”, senza ovviamente dimenticare per strada la più classica delle ballad (“Goodbye Forever”). Il meglio viene ad ogni modo espresso in brani in realtà piuttosto peculiari come “I’m Living”, “No Angels” e “All I Need”, nei quali l’hard rock sfuma verso l’AOR e si colora di soul anche e soprattutto grazie alla versatilità del cantato di Gibbs.

Il finale d’album è poi lasciato alla cover di “Back To The Drive” di Suzi Quatro, più energica dell’originale ma in grado di offrirne una buona reinterpretazione senza tradirne il senso, e all’incedere funk ‘n’ roll della conclusiva “Bad Decisions”, del tutto appropriata nel ruolo di closing track.

I Devil City Angels non faranno con tutta probabilità la storia della musica ma hanno il merito di farci divertire e di non tradire in alcun modo all’ascolto l’elevata età media dei componenti della band, ben lontani dall’essere “bolliti”. Non resta che sperare che non si tratti dell’ennesimo supergruppo da una botta e via ...

Stefano Burini

 

 
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