Recensione: Devouring Mortality

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Terzo full-length in carriera per gli Skeletal Remains, autori di una costante crescita tecnico/artistica che li ha portati, con l'ultimogenito “Devouring Mortality”, sulla prima linea del death metal.

Death metal classico, diretto, frontale, senza fronzoli né orpelli; privo di contaminazioni e/o di velleità evoluzionistiche. Death metal moderno, però. Meglio ancora, death metal allo stato dell'arte. Come dire, uno stile che può essere preso come metro-campione per misurare il rigore tipologico delle altre band che praticano il genere della morte.

Se ci si pensa bene non sono poi molte le formazioni in attività capaci di fregiarsi di questa qualità. Il combo statunitense ci riesce con una sorprendente facilità, come se i suoi tre membri avessero, nel proprio DNA, le informazioni genetiche per dare alla vita uno stile formalmente ineccepibile, dotato di tutti gli stilemi necessari, scevro da appigli per agganciarvi critiche di segno negativo. Growling aggressivo, riff monumentali, blast-beats furiosi, mid-tempo pesantissimi e soli laceranti sono i principali dettami che gli Skeletal Remains non trascurano d'inserire in “Devouring Mortality”.

Peraltro, mulinando uno stile che – pur essendo come detto attuale e in linea coi tempi non dimentica ciò che è stato ideato in passato, a partire da un flavour thrashy che, in certi passaggi, ricorda le migliori band della seconda metà degli anni ottanta. Sono solo spruzzate di ortodossia, niente più, che tuttavia rammentano da dove derivi il death metal, semmai ci fosse qualche dubbio in proposito (Slayer, Possessed, Morbid Angel, Death).

Praticamente imbattibile nel sound, grazie anche a una notevole esperienza in materia e a una preparazione tecnica più che adeguata alla bisogna, il terzetto californiano appare meno efficace in materia di songwriting. Seppure anche quest'ultimo sia dotato di solida fisionomia nel pieno rispetto dei canoni della forma-canzone, non regala le emozioni che, invece, elargisce a piene mani la potenza di fuoco del suono che viene espulso dagli speakers. Si tratta in sostanza di un sistema compositivo scolastico, privo di pensate in grado da sollevarlo da una risicata sufficienza. Anche ascoltando varie volte il platter, il medesimo non decolla, restando ancorato a song prive di quel quid necessario per renderle davvero interessanti. Insomma, procedendo nel percorso che, da 'Ripperology', porta a 'Internal Detestation', non si ha mai la sensazione di cambiare registro, con che diviene scontato ciò che c'è dietro l'angolo, rendendo pertanto nullo l'effetto sorpresa.

“Devouring Mortality” è quindi un disco a metà: eccellente nell'elaborazione del sound, debole nella scrittura dei pezzi. Il che conduce, bravura strumentale o meno, a un po' di noia. Ed è un peccato, questo, poiché le premesse per poter dar vita a un lavoro memorabile c'erano tutte, tuttavia affogate dall'iterazione di brani fondamentalmente banali le quali stimolano con fatica la corteccia celebrale di chi ascolta.

Daniele “dani66” D'Adamo

 

 
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