Recensione: Digital Love

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Amore digitale, quello raccontato dai tedeschi Vitja nel loro secondo full-length, "Digital Love", appunto. Amore freddo, calcolatore, composto esclusivamente da una sequenza di zero e uno.

Il cuore dei Vitja, però, al contrario, è caldo e pulsa forte. È la Grande Emozione che solo il melodic metalcore sa regalare. Loro sono giovani ma non per questo poco capaci, tecnicamente parlando. Al contrario, il sound "Digital Love" è semplicemente perfetto. Lindo, pulito, tagliente come una lama di rasoio. Soprattutto, potente e pieno. Carnoso, possente. Rovente.

Alzando il volume degli speakers giunge rapida una goduria appagante, che permea e avvolge tutto il cervello. Accanto alle gelide campionature che, qua e là, punteggiano le song dell'album, ci sono le belle anzi stupende melodie che il combo di Münster riesce a metter su con disarmante naturalezza e semplicità. 

'One As Master No One As Slave' è la canzone dei sogni. Il suo avanzare deciso e sicuro maschera l'enorme emotività che la nutre. Che la strazia. Che la rende grande. Capace di insinuarsi fra gli assoni per inglobare i neuroni e solleticarli con la punta delle dita di una rara musicalità. Di classe sopraffina, che scuote, riscalda, avvampa i sensi. La rudezza dei continui breakdown saltellanti che la dilatano sono l'ideale contraltare all'armonia che travolge il cuore, stavolta quello vero, quello di carne. Scrigno dei sentimenti più intensi, la cui chiave è in mano a brani travolgenti, devastanti, roventi ('Digital Love', 'Six Six Sick'). La chitarra di Vladimir Dontschenko divora chilometri di riff erculei, dinamici, per nulla scontati. Anzi, vere e proprie mazzate sulla schiena, lenite dalle roche clean vocals del bravissimo David Beule. Davvero una fabbrica di accordi duramente distorti e stoppati, quella di Dontschenko; abile come pochi a costruire, peraltro da solo, una struttura ritmica eccelsa, idealmente bilanciata fra metallo pesante e leggera rapidità di esecuzione.

Gli immancabili cori, tradizionali supporti delle linee vocali del metalcore, sottolineano le linee stesse, rendendole marcate, mai noiose e, ultimo ma non ultimo, memorabili ('The Golden Shot'). Ciò che inganna l'ascoltatore distratto, cioè la presunta facilità del genere, nel caso dei Vitja è un argomento che non trova nessun appiglio. La clamorosa freschezza compositiva del quartetto della North Rhine-Westphalia, difatti, è figlia solo e soltanto di talento naturale. Accanto c'è un suono spettacolare, figlio, lui, di serietà e professionalità, di grande preparazione di base e di talento - di nuovo, talento - esecutivo. Che si ripete con costanza lungo tutta la durata del disco, senza cioè che ci sia alcun calo di tensione. Niente riempitivi, tutto è stato creato per essere gustato dall'inizio alla fine. Nessun flop.

La drum-machine stile anni 80, che forma l'incipt di 'Find What You Love and Kill It', tanto glaciale per rispettare il tema del platter, si scioglie subito come neve al sole, travolta dall'intenso rimbombo del basso di Mario Metzler e, quindi, dallo sviluppo del brano stesso, fervente languore per un dolce abbandono del pensiero. Così, chi ha maturato la convinzione che il metalcore sia genere solo per adolescenti brufolosi dal gusto musicale elementare, è servito.

Grandi i Vitja e il loro "Digital Love"

Daniele "dani66" D'Adamo

 
80