Recensione: Disorder

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A cinque anni dall’esordio discografico ‘Mindless’ e dopo aver rinnovato il contratto con la label Punishment 18 Records, tornano i Sardi Coma con ‘Disorder’, nuovo full-length disponibile dal 31 maggio 2019.

Il loro è un Thrash Metal che attinge da entrambe le scuole: tedesca e d’oltreoceano, con l’aggiunta di deflagranti elementi moderni che rendono più interessante la loro roboante proposta musicale.

Il risultato è un sound violentissimo con bordate dirette sparate ad ‘alzo zero’, non privo, però, di una raffinata ricerca melodica, ottenuta soprattutto per mezzo della ritmica sincrona delle due asce, che lo porta ad essere scorrevole quanto trascinante ed incalzante.

Il vocalist Antonio Sanna sa interpretare bene i sentimenti che scaturiscono dalle canzoni, manifestando rabbia, cattiveria, odio ma anche disperazione, con una voce che sa essere abrasiva quanto dura e spietata pur se non di ampio registro.

La sezione ritmica è martellante ed impetuosa, con il basso di Fabio Sinibaldi e la batteria di Michele Sanna devastanti e pestati al massimo per accentuare la violenza sonora.

Le parti soliste, ad opera dello stesso Antonio Sanna e di Daniele Manca, sono eseguite con buona perizia ed enfasi, restando agganciate ai pezzi, proseguendone lo stile, oppure dando un po’ di respiro introducendo momenti melodici per interrompere momentaneamente la ferocia della quale è intriso il platter.

Di contro, il lavoro manca un po’ di originalità, con alcune tracce che si discostano poco una dall’altra, soprattutto quelle imperniate sulla velocità spasmodica. Diciamo che l’album soffre un po’ dei dettami del Thrash più crudo, che lo imprigiona fra stretti binari. Niente, però, che lo svilisca o che non possa essere corretto nel futuro.

Le tracce sono dieci, di minutaggio relativamente contenuto (la vile media aritmetica è di poco inferiore ai tre minuti), esclusa la conclusiva ‘Buried’ che giunge quasi ai sei minuti e mezzo.

Coma band

La partenza è affidata a ‘Cursed to Mankind’: dall’inizio cupo ed ansiogeno esplode per diventare velocissima e arrabbiatissima, con una batteria lancinante carica di blast beat intensi ed estremi.

La durezza prosegue con ‘Time’, disperata quanto incisiva con un refrain diretto accompagnato da un gran lavoro di Michele. Si giunge all’assolo in modo immediato, senza giri od interludi, che poi si sdoppia conferendo alla sezione un andamento più melodico prima dell’ultimo aggressivo assalto.

Ropes’ e ‘Blood Fades to Ice’ sono di nuovo intrise di violenza frammentate da parti melodiche mentre ‘Nightmare’ è un pezzo stoppato di natura più moderna che tira sui tempi medi e sul gioco delle accelerazioni – rallentamenti. Il pezzo, arricchito da un valido assolo, varia un po’ l’intensità dell’album, pur rimanendo bellicoso ed iroso.

Siamo a metà del platter: ‘Ascending to Disorder’ spezza tutti i ritmi con degli arpeggi scuri e spettrali che accompagnano un’affranta narrazione. E’ l’introduzione a ‘FBH’, pezzo velocissimo, è un vero pugno in faccia secco e diretto.

Anche ‘Alive’ non è da meno, con il suoi cori coinvolgenti e schietti ed i suoi cambi di tempo irrefrenabili.

Trained to Pain’ è frenetica, con un rallentamento a metà che conduce ad un assolo lento e melodico, che, passando da una sei corde all’altra, diventa veloce e virtuoso.

Conclude l’opera ‘Buried’, un pezzo che fuoriesce completamente dagli schemi finora proposti: un basso vagamente ‘maideniano’, una batteria primordiale ed arpeggi tenebrosi creano un atmosfera che conduce ad una cadenza disperata. Le strofe sanno di rassegnazione ed il refrain è duro come la roccia, cantato in parte con voce chiara ed epica come mai fatto nei pezzi precedenti. Il finale è relativamente tranquillo, evanescente ed apre più di una porta sul futuro della band.

Quest’ultimo pezzo, a parere dello scrivente il più incisivo dell’album, dimostra come i Coma sappiano essere versatili, andando oltre i comuni stereotipi. Speriamo che continuino anche secondo questa direzione.

 
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