Recensione: Divine (Reissue)

Di Vittorio Cafiero - 22 Dicembre 2013 - 23:53
Divine (Reissue)
Band: Broken Glazz
Etichetta:
Genere: Thrash 
Anno: 2013
Nazione:
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85

C’è stato un breve periodo di tempo, a cavallo tra la fine degli anni ’80 e i primissimi anni ’90, in cui la capitale del Metallo italiano si chiamava Torino. Non perché ci fossero più appassionati del genere in valore assoluto o più concerti (anzi, questi ultimi scarseggiavano), quanto perché la passione per il genere aveva trovato sotto la Mole un terreno fertilissimo, fatto da decine di band underground, da ritrovi storici (primo fra tutti la mitica Piazza Statuto) e da un modo di “vivere” il metal unico, diverso da quello che poteva esserci, ad esempio, in una Milano metallara forse più presa a scontrarsi contro yuppismo dilagante che a chiudersi nelle cantine a provare. In un clima così favorevole, la nascita di un’etichetta specializzata nella produzione di musica heavy era sembrata quasi un fenomeno naturale: stiamo parlando della Dracma Records, nel cui staff compare quel Giancarlo Eusebio già mastermind dei Creepin’ Death, una delle band simbolo della ‘primavera’ metal sabauda. E fu proprio la Dracma Records a puntare molto su una giovane band della provincia, prima, dandole la possibilità di registrare un demo di 6 pezzi accolto subito con favore da addetti ai lavori ed appassionati, poi, licenziando l’esordio sulla lunga distanza attraverso l’altrettando valido, Divine, uscito solo in vinile. Stiamo parlando dei Broken Glazz – che inizialmente si chiamavano ancora Broken Glass – ed oggi la sempre attivissima Punisment 18 Records, in collaborazione con l’etichetta torinese, porta a compimento una grande opera di recupero, ristampando su un solo disco ottico entrambi i lavori, per un totale di 14 tracce, valide nel contenuto ed importanti dal punto di vista storico e nostalgico.

Come tanti loro coetanei, anche i Broken Glazz erano stati folgorati sulla strada del thrash metal, all’epoca il sottogenere più in voga tra i giovani desiderosi di trasformare la propria rabbia adolescenziale in musica. La maggior parte guardava ai Metallica come esempio da emulare e la band di Ivrea non era da meno, tuttavia anche l’influenza dei Megadeth era abbastanza palese, merito soprattutto delle vocals ad opera del cantante e chitarrista italobritannico James Wynne, dal timbro davvero simile a quello di Dave Mustaine; Rights Of Your Pride, dal demo d’esordio, è un esempio lampante in questo senso: atmosfere cupe, stacchi, parti soliste e rifferama assolutamente in linea con i Metallica (era Ride The Lightning/Master Of Puppets) e un susseguirsi di strofe cantate con la classica rabbia isterica del rosso Megadave. Specialmente considerata l’epoca e il contesto, un pezzo davvero bello, benché non particolarmente originale. Ma del resto, tutto il demo (ultimi 6 pezzi di questa reissue) è davvero notevole e non stupisce se portò all’immediato esordio sulla lunga distanza, cosa a quei tempi estremamente più difficile di quanto non lo sia oggi. Altro esempio da menzionare in questo senso è Total Despair, agguerrita e solida, ricca di variazioni e che non avrebbe sfigurato affatto su qualche cd di nomi americani all’epoca molto più blasonati. E se con Some Day (ripresa poi sul 33 giri) c’è il tentativo di centrare la power ballad (cosa che riesce meglio con l’ancora più soft Abstract), stupisce il bagaglio tecnico sfoggiato sulla strumentale Broken Silence, così come l’oscura Walkin’ The Line, anch’essa ricca di cambi di tema e ben articolata.

Demo assolutamente convincente, dunque, che già all’epoca fu il presupposto di un album tutto da sentire, dove le buone impressioni vennero confermate e nuovi spunti iniziarono a prendere forma. Faces On The Floor, diventato poi uno dei cavalli di battaglia dei Broken Glazz, è un biglietto da visita di tutto rispetto che cresce ascolto dopo ascolto: un attacco a metà tra Voivod e Coroner si sviluppa in una trama articolata per un pezzo lungo e mai ripetitivo; una ritmica nervosa e tempi mai omogenei (un plauso al batterista Andry Verga è doveroso) sono le caratteristiche principali di un brano sicuramente non immediato, ma che saprà colpire se opportunamente “digerito”. E’ altrettanto complessa la successiva title-track e se due indizi fanno una prova, possiamo affermare che Divine è l’album che spinge definitivamente i Broken Glazz sulla strada del techno-thrash. E’ proprio la traccia che dà il nome al disco che riporta in qualche modo alle atmosfere tipiche di act quali Deathrow e Toxik, non tanto come sound, ma proprio come approccio compositivo: sparisce la forma canzone classica strofa-ritornello-strofa e il pezzo diventa un continuo susseguirsi di riff e passaggi che aggiungono variazioni su variazioni evitando appositamente la ripresa di qualsiasi tema portante di sorta. Electronic Brain è un’altra conferma in questo senso (seppure meno riuscita) e Fun House si fa notare per divagazioni in territori quasi hard-rock che in qualche modo verranno recuperati nell’ultimissima fase della breve carriera dei Broken Glazz. Con Mindless Transparency si ritorna in un ambito squisitamente thrash metal: pezzo forse più lineare rispetto ai precedenti, ma altrettanto tecnico e probabilmente anche più solido e trascinante (e giustamente scelto per rappresentare la band nella mitica compilation Nightpieces, su cui figurava il meglio della produzione targata Dracma Records). La breve ed atmosferica Life Gone Wrong funge da intermezzo prima della conclusiva Promised Time: il pezzo più lungo del lavoro è ancora una continua ricerca di soluzioni mai banali; quasi dieci minuti a cavallo tra heavy evoluto ed intelligente, thrash tecnico e quel qualcosa di così personale che solo le band talentuose possono tirare fuori. Il tutto, caratterizzato da una prestazione di rilievo di tutti gli strumentisti, in particolar modo delle chitarre, con una fase solistica tutta da ascoltare.

La fase inziale della breve carriera dei Broken Glazz, contenuta in questo gustosissima uscita, è un raro esempio di talento e personalità, specialmente se si considera la giovane età della band all’epoca dei fatti. Il resto è storia: un secondo, validissimo lavoro uscito nel giro di un anno (Withdraw From Reality), una vivace attività dal vivo, avvicendamenti nella line-up, un Ep (Solitude) decisamente alternativo come stile, ciononostante interessante. Poi…niente di più: lo split e il nome dei Broken Glazz che va ad aggiungersi al novero delle band che avrebbero potuto regalarci ancora tanta validissima musica, se fossero nate nel Paese e nel momento giusto. Un vero peccato.  

Vittorio “Vittorio” Cafiero

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