Recensione: Do Unto Others

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Ho scelto ‘Do Unto Others’ dei Mindwars perché incuriosito: un gruppo che non solo si chiama come il primo immenso album dei grandi Holy Terror, band di metà anni ‘80 che ha lasciato, con una manciata di album, la propria impronta nella storia del Thrash Metal, ma che pubblica anche un full-length dal titolo uguale alla sesta traccia di tale mitico disco.

Non poteva essere una coincidenza, così ho approfondito: il leader dei Mindwars non è altro che il chitarrista Mike Alvord, militante negli Holy Terror fin dal principio. L’artista ha formato, nel 2013, la propria band unendosi a due musicisti italiani: Danny ‘Z’ Pizzi al basso e Riby Vitari alla batteria.

Da allora sono stati pubblicati un primo album nel 2014 (‘The Enemy Within’), un secondo nel 2016 (‘Sworn to Secrecy’) ed un terzo è stato dato alla stampe, via Dissonance Productions, il 13 aprile 2018, appunto dal titolo ‘Do Unto Others’.

La similitudine con gli Holy Terror però si ferma qua, essendo questi ultimi una delle prime band a volere andare oltre la pura velocità, cercando al contempo una certa pesantezza melodica ed infilando nel proprio songwriting elementi fuori linea, quasi prog, andando perciò controcorrente in un momento storico dove suonare il più veloce possibile faceva molta tendenza ed era quello che le etichette preferivano venisse prodotto.

Invece lo stile dei Mindwars è ‘semplice’ Thrash Old School, suonato senza pretese innovative o sperimentali: velocità, cattiveria e cambi di tempo, con qualche lampo un po’ più moderno. Non è il caso di dire a chi possono assomigliare: in un certo senso un po’ a tutti i grandi, senza particolari distinzioni.

Insomma, i Mindwars hanno prodotto un album di buon Thrash, che si può ascoltare rimanendone soddisfatti, se non si va alla ricerca di novità.

Do Unto Others’ non è però un album nostalgico; le tracce, pur se partono dal passato, sanno di nuovo e possono dirsi una naturale prosecuzione di quello che è stato il Thrash anni ’80 e l’energia irrompe dalle casse mantenendo la voglia di procedere nell’ascolto.

I cambi di tempo sono scanditi uno dietro l’altro, senza riposo, con una sezione ritmica devastante, buoni assoli ed una voce, quella di Mike Alvord, forte e decisa al punto giusto da comunicare senza strafare, anche se a volte preferisce ‘raccontare’ la canzone più che cantarla.

C’è anche spazio per sonorità più moderne, per creare il giusto equilibrio con il Thrash odierno.

L’opera è composta da undici feroci tracce, tutte con un buon tiro, forte ed aggressivo: l’iniziale è ‘The Fourth Turning’, con un riff iniziale devastante, che invita a lasciare la birra sul tavolo ed andare a sbattere i pugni sotto il palco. Nella sezione centrale il cambio di tempo aumenta l’interesse, rallentando e diventando cupo con strofe maligne, per poi ritornare al riff iniziale ed al corpo principale della canzone che si conclude veloce e potente. Il brano ci conferma che i musicisti sono dei veri professionisti, non dei semplici emulatori di chi ha fatto esplodere il passato, e che il Thrash che scorre nelle loro vene riesce a diffondersi nell’aria contagiando chi si trova a tiro d’orecchio.

I due pezzi che seguono, ‘I Am the One’ e ‘Blacklisted’ non sono da meno, con cambi di tempo dinamici, assoli veloci e sezioni articolate che creano un’intensità molto emozionante. Non si sta tornando indietro nel tempo, è il presente: furioso, determinato, aggressivo come il Thrash deve essere.

I Mindwars ci ricordano, con ‘Conspiracy’, da chi è nato tutto: cupa ma dura e pestata, che infonde un senso lugubre per mezzo di campane che non suonano proprio a morto ma neanche a festa, ed un assolo lento, melodico e grave. Quante cose ci hanno insegnato i Black Sabbath…  

Influenza che si sente anche all’inizio di ‘In God's Name’, che parte malignamente lenta per poi scatenarsi in un Thrash alla Slayer e poi cambiare di nuovo tempo e ricambiare, tenendo sul chi vive.

Allegiance to Death’ e ‘Wall of Fire’ sono di nuovo dei brani classici del Thrash: nessuna innovazione, ma suonati con grande spirito.

Siamo ben oltre la metà dell’album quando irrompe la complicata ‘Kill or Be Killed’, folle alla partenza, mischia momenti di tenebra a sezioni di rabbia per poi fermarsi e riprendere veloce lanciando un ottimo assolo. Anche in questo caso l’anima nera dei Black Sabbath aleggia sul combo.

Peace Through Violence’ è di nuovo un classico, con tanto di parti mosh; brano senz’altro da palco.

Siamo quasi in fondo: la validissima ‘New World Order’ ha un inizio marziale prima di scatenarsi in un continuo intreccio di tempi veloci e cadenze, mentre ‘Take It All Away’ è la meno ‘veloce’ dell’album, con rallentamenti tenebrosi ed accelerazioni che, se pur non allo spasimo, lasciano molta emozione.

Insomma, ‘Do Unto Others’ è un ‘comune’ album di Thrash, ma quello vero e genuino: senza fronzoli e pretese, riesce ad avere una propria identità pur non avendo niente di originale. Buona la volontà di non fare un’arruffianata commerciale scopiazzando gli Holy Terror, anche se un po’ la loro influenza si sente, ma non potrebbe essere altrimenti visto che il leader dei Mindwars è stato una parte essenziale di questo miracolo di band del passato. In definitiva, ci sono tutti i motivi perché questa band prosegua il proprio lavoro. Nel frattempo aspettiamo.

 
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