Recensione: Dodekathlon

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I Bleeding Gods provengono dall'Olanda ma hanno poco a che fare con il tradizionale dutch death metal di Asphyx, Sinister e God Dethroned.
 
È death metal da paura, questo sì, orientato però in direzione della versione pomposa del medesimo. Melodic death metal o, forse, ancora meglio, symphonic death metal, sono le definizioni che meglio si adattano alla pelle infuocata del quintetto con base a Utrecht.
 
Del resto “Dodekathlon”, secondogenito partorito dopo una gestazione di tre anni dal full-length di debutto “Shepherd of Souls”, è un concept-album calibrato sul mito di Ercole e delle sue altrettanto leggendarie dodici fatiche. Un argomento, cioè, che ben si presta a essere interpretato in maniera enfatica onde sottolineare, appunto, la magnificenza e i fasti letterari dell'antica Grecia, che s'accompagnano alle gesta di uno degli eroi più nobili e forti.
 
Tornando all'aspetto meramente musicale, il death di Mark Huisman e compagni è duro, violento, a tratti addirittura brutale, spesso e volentieri – come detto più su – addirittura pauroso per via della mole gigantesca di watt messi in campo. Già l'opener-track rivela una struttura armonica robusta, inossidabile, metallica. Un impianto sonoro tremendo sul quale scivolano le ampie tessiture delle tastiere e delle orchestrazioni.
 
Ponendo l'attenzione sul tremendo muro di suono eretto dal riff delle chitarre di Ramon Ploeg e Rutger van Noordenburg, si può facilmente evincere che, nel nucleo confinato entro il campo di forza generato dalla struttura di cui sopra, c'è anche il thrash. Ma solo come ingrediente di una ricetta difficile e di complicata esecuzione. I due axe-man, peraltro, sono dannatamente bravi, pure, a cucire soli trancianti, assai melodici, ideali stiletti e orpelli disegnati su quel wall of sound che caratterizza così profondamente il sound della band. In certi frangenti ove, a parere di chi scrive, il sollazzo per la devastazione delle membrane timpaniche è al massimo della sopportazione, compaiono le onde originate da furibondi blast-beats. E, allora, il gioco si fa duro e si entra nella dimensione di trance da hyper-speed ('Multiple Decapitation', 'Beloved Artemis').
 
Sarebbe invero fuorviante pensare che i Bleeding Gods pestino duro e basta. Sì, alcuni pezzi sono devastanti, spazzano tutto e tutti ('Birds of Hate') ma le tutte e dodici le song che compongono il platter sono molto elaborate nonché ricche di sovrastrutture armoniche di pregevole fattura, segno evidente di un rilevante talento compositivo. La quantità di musica è talmente elevata, rispetto alla media di una buona formazione di death metal, che i mezzi tecnici posseduti da una major come la Nuclear Blast riescono a contenere con fatica il mostruoso attacco fonico che si perpetra lungo le tracce del disco ('From Feast to Beast'), rischiando conseguentemente, più volte, di scivolare nel caos pulsante, nella non-forma strisciante. Tale fattispecie tuttavia non si verifica ed è qui che si cela il segreto di “Dodekathlon”: la perfetta equilibratura fra le spaventose accelerazioni del ritmo, dove l'energia cinetica raggiunge valori quasi insostenibili per l'orecchio umano, e le mirabolanti melodie che saturano l'etere con la loro maestosa sontuosità ('Inhuman Humiliation').
 
Mettendo assieme il tutto, i Bleeding Gods riescono a tratteggiare una forma di death metal ricco di carattere e personalità, che li identifica solitari artefici di un'epopea straordinaria.
 
Come quella di Ercole, appunto.
 
Daniele “dani66” D’Adamo
 
 
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